La raccolta di saggi e discorsi di David Grossman Sparare a una colomba, pubblicata da Mondadori a gennaio, ha più dimensioni, relative. C’è una realtà personale, l’analisi efficiente della porta interiore, come per una narrazione romanzesca, estrapolata dal contesto. E c’è la riproduzione verbale dell’impegno politico, afflato inevitabile, almeno per alcuni scrittori. Grossman non sembra preoccupato di mettere in pericolo le sue storie – specifica alla fine della prefazione –, tanto è maggiore lo scopo e la finalità del suo dibattito, che ha inevitabilmente uno sguardo rivolto al passato, recente e meno, e ai mondi della contemporaneità. Rimanda alla domanda a sé, a tutti, cosa avrei fatto?, come metodo per comprendere ciò che si allontana nel tempo.

Una volta un giornalista gli si avvicinò e gli domandò in tono cinico: «Lei pensa davvero che stando qui cambierà il mondo?». «Cambiare il mondo?» esclamò l’uomo sorpreso. «Ovvio che no. Io voglio solo essere sicuro che il mondo non cambi me.»

Racconto questo aneddoto ogni volta che mi si chiede perché da decenni parlo e scrivo della necessità di arrivare a una pace tra Israele e i suoi vicini.

Ma oggi, nell’accingermi a redigere la prefazione di questa raccolta di articoli e conferenze, ho improvvisamente avuto la sensazione che la risposta di quel saggio americano non fosse quella giusta per me.

Dà indizi precisi, perché uno spazio di libertà, di individualità, in qualunque situazione, c’è e c’è stato. Parla di post-vero e i suoi protagonisti, esibendolo come «un’accozzaglia di sensazioni, di desideri, di paure, di pregiudizi e di istinti». Si rivolge ai popoli, i palestinesi e i tedeschi ma non solo, spesso ragiona sull’approccio del suo Israele, mentale prima che politico. Disegna, sempre nell’ambito del ragionamento sulla post-verità, uno spazio per la letteratura, che «al suo meglio, può portarci a toccare le fondamenta della comprensione, dell’intuizione e dell’esperienza umana». Manda al lettore (l’ascoltatore, spesso) una serie di input, strali di verità che servono a confezionare un’idea più complessa, nella migliore delle ipotesi concreta. Come nell’ultimo articolo ripreso, in tempi di Covid-19, di pandemia, quando lascia la speranza che si possa avverare un mondo migliore, almeno dopo l’ingerenza del virus.