Il pamphlet E se smettessimo di fingere? di Jonathan Franzen, portato in libreria da Einaudi, prosegue la divulgazione di una verità dello scrittore americano sul climate change, dopo la raccolta di saggi La fine della fine della terra e due articoli, uno per il New Yorker e l’altro per il Guardian, criticati dall’establishment climatico. Di fronte all’incendio di Jüterborg in Germania, durante una battuta di birdwatching, da un iniziale atteggiamento freddo nei confronti delle teorie sui cambiamenti del clima, a causa dell’oscuramento del problema della biodiversità, Franzen si ravvede, trova risposte assolute, che si pongono in contrasto con i mantra progressisti, oltreché con il negazionismo imperante tra i repubblicani: non si può fare più nulla, dice, date le condizioni; al massimo limitare il fenomeno. Così il tono dell’articolo, trasformato in breve saggio, è di rottura, come la certezza di una catastrofe climatica, oppure la quotidiana rimozione psicologica degli abitanti della Terra. Troppo lontano come problema. Troppo grande.

La lotta per tenere a freno le emissioni globali di anidride carbonica e impedire lo scioglimento del pianeta fa pensare a un racconto di Kafka

La svolta della vicenda gira attorno a un numero. I gradi di aumento oltre i quali si raggiungerà il punto di non ritorno sono un paio. Se non si azzerano le emissioni entro tre decenni, dicono alcuni scienziati, il processo è irreversibile. Quella crescita non scenderebbe e ci sarebbe una catastrofe climatica. Franzen ne scrive in senso pessimista, «umanista» e forse provocatorio, o forse no.

Sotto questo aspetto, ogni movimento verso una società più giusta e civile può essere considerato un’azione significativa per il clima. […] Per sopravvivere all’aumento delle temperature ogni sistema, naturale o umano, dovrà essere il più forte e sano possibile.