Edith Bruck è una testimone del suo tempo. Nata nel 1931 in Ungheria, vive in prima persona il dramma dell’Olocausto, a cui sfugge e dà memoria. Il suo primo libro risale a sessant’anni fa, Chi ti ama così, edito in una collana diretta da Mario Luzi e Romano Bilenchi, per l’editore Lerici, in un periodo in cui l’autrice aveva già iniziato il suo sodalizio con l’Italia e la lingua italiana.

La madre era già semisveglia per preparare il fuoco quando bussarono forte alla fragile porta, e si svegliarono di colpo tutti.

Il pane perduto è un romanzo autobiografico, riporta la questione all’origine, come a sistemare, riordinare le idee per chi verrà. Comincia con lo sguardo su un piccolo paese dell’Ungheria, una famiglia proletaria, il quotidiano, un pane in lievitazione che nessuno cucina. Si sposta nei campi di concentramento di Auschwitz, Dachau, Bergen-Belsen.

Abbiamo vissuto tra agonia, morti, freddo, fame, fino all’ultimo appello del 15 aprile, ma dall’alba alle nove non venne nessuno a contarci. La kapò che ci metteva in fila a bastonate, perché alcune di noi non riuscivano a stare in piedi, era sparita.

L’abbandono totale era la morte?

La narrazione esce fuori dall’inferno. Non lo abbandona, nel viaggio da Israele all’Italia, dentro incertezze e incomprensioni di chi non c’era. Si fa lettera a Dio. Ricorda, con focus precisi, segnata come una pietra incisa dagli eventi.