Non sorprende che il grande protagonista del romanzo Il ritmo di Harlem sia il quartiere di Harlem, cuore pulsante della comunità afroamericana, nel nord di Manhattan. Lo è con una prosa di livello, l’incedere jazzistico, una struttura da rapina della migliore tradizione narrativa americana sul grande schermo: preparazione del colpo, esecuzione, spartizione del bottino. Autore dell’opera è uno scrittore che il Times definì narratore d’America, Colson Whitehead, che sognava di diventare «lo Stephen King nero» – due volte premio Pulizer, con La ferrovia sotterranea e I ragazzi della Nickel –, tradotto da Silvia Pareschi, traduttrice di opere scritte da un altro scrittore definibile così: Jonathan Franzen. Colson Whitehead si rinventa. Lo fa portando il lettore nella Harlem del passato, tra colpi di pistola e frenetiche attività quotidiane, bar pieni, gente ai lati delle strade, i giocatori di domino, gli anni Cinquanta e Sessanta.

Qualche anno prima, passeggiare davanti alle vetrine stracolme era come girare la manopola di una radio: un negozio sparava in strada jazz a tutto volume dagli altoparlanti a megafono, un altro sinfonie tedesche, poi ragtime, e così via. S&S Electronics, Landy’s Top Notch, Steinway the Radio King. Adesso era più probabile sentire rock and roll, un disperato tentativo di attrarre la scena adolescenziale, e trovare le vetrine ingombre di televisori, le ultime meraviglie di DuMont, Motorola e via dicendo.

Protagonista del racconto è Ray Carney, commerciante di mobilia economica in quel di Harlem. Un tipo normale, che schizza a consegnare la merce. Almeno finché suo cugino, Freddie, uno che a volte gli porta oggetti di dubbia provenienza, non decide di coinvolgerlo in un colpo, una rapina all’Hotel Theresa, «in una calda sera di inizio giugno». L’equilibrio si rompe, arriva per Carney l’ombra del passato, cioè un padre esponente di spicco della criminalità locale, che sembrava anni luce lontano dall’apparenza del negoziante. La società dell’epoca viene raffigurata sulla linea di confine della legalità. Si fa a meno dei supereroi. Si raffigura la malavita con tratti di normalità e paura. Si spinge verso un modo di vedere le questioni legato a eventi ineluttabili.

Pepper ultimamente non era più lui. Doveva essere per via della coltellata allo stomaco che si era preso durante la rapina a Benton. Il lavoretto era cominciato bene. Un furto di routine, rimorchio pieno di cappotti, domenica sera tranquilla. Era stato Dootsie Bell a coinvolgerlo. In passato, Dootsie Bell era stato un asso della rapina. Lesto, con una voce da orco che teneva in scacco la gente onesta. Poi aveva cominciato a bucarsi, e l’unica cura che aveva funzionato era stata la Bibbia.

Il ritmo di Harlem è l’ennesimo capolavoro di Colson Whitehead. Non fosse altro per la musicalità della narrazione e per la possibilità di riconoscere un romanzo sociale di grande efficacia.