Nuove storie: Il ritmo di Harlem

Non sorprende che il grande protagonista del romanzo Il ritmo di Harlem sia il quartiere di Harlem, cuore pulsante della comunità afroamericana, nel nord di Manhattan. Lo è con una prosa di livello, l’incedere jazzistico, una struttura da rapina della migliore tradizione narrativa americana sul grande schermo: preparazione del colpo, esecuzione, spartizione del bottino. Autore dell’opera è uno scrittore che il Times definì narratore d’America, Colson Whitehead, che sognava di diventare «lo Stephen King nero» – due volte premio Pulizer, con La ferrovia sotterranea e I ragazzi della Nickel –, tradotto da Silvia Pareschi, traduttrice di opere scritte da un altro scrittore definibile così: Jonathan Franzen. Colson Whitehead si rinventa. Lo fa portando il lettore nella Harlem del passato, tra colpi di pistola e frenetiche attività quotidiane, bar pieni, gente ai lati delle strade, i giocatori di domino, gli anni Cinquanta e Sessanta.

Qualche anno prima, passeggiare davanti alle vetrine stracolme era come girare la manopola di una radio: un negozio sparava in strada jazz a tutto volume dagli altoparlanti a megafono, un altro sinfonie tedesche, poi ragtime, e così via. S&S Electronics, Landy’s Top Notch, Steinway the Radio King. Adesso era più probabile sentire rock and roll, un disperato tentativo di attrarre la scena adolescenziale, e trovare le vetrine ingombre di televisori, le ultime meraviglie di DuMont, Motorola e via dicendo.

Protagonista del racconto è Ray Carney, commerciante di mobilia economica in quel di Harlem. Un tipo normale, che schizza a consegnare la merce. Almeno finché suo cugino, Freddie, uno che a volte gli porta oggetti di dubbia provenienza, non decide di coinvolgerlo in un colpo, una rapina all’Hotel Theresa, «in una calda sera di inizio giugno». L’equilibrio si rompe, arriva per Carney l’ombra del passato, cioè un padre esponente di spicco della criminalità locale, che sembrava anni luce lontano dall’apparenza del negoziante. La società dell’epoca viene raffigurata sulla linea di confine della legalità. Si fa a meno dei supereroi. Si raffigura la malavita con tratti di normalità e paura. Si spinge verso un modo di vedere le questioni legato a eventi ineluttabili.

Pepper ultimamente non era più lui. Doveva essere per via della coltellata allo stomaco che si era preso durante la rapina a Benton. Il lavoretto era cominciato bene. Un furto di routine, rimorchio pieno di cappotti, domenica sera tranquilla. Era stato Dootsie Bell a coinvolgerlo. In passato, Dootsie Bell era stato un asso della rapina. Lesto, con una voce da orco che teneva in scacco la gente onesta. Poi aveva cominciato a bucarsi, e l’unica cura che aveva funzionato era stata la Bibbia.

Il ritmo di Harlem è l’ennesimo capolavoro di Colson Whitehead. Non fosse altro per la musicalità della narrazione e per la possibilità di riconoscere un romanzo sociale di grande efficacia.

Non addio, ma ciao per sempre

Da tempo la casa editrice Salani, nota al grande pubblico per la qualità del lavoro nel mercato per ragazzi, ha allargato la sua produzione, raccogliendo successi sia nella saggistica che nella narrativa, internazionale e di genere. In questa linea, di recente è nata la collana “Le Stanze”, uno spazio di ricerca la cui idea è quella di dare voce a storie originali, fresche e al passo con la contemporaneità.

Ciao per sempre trova posto qui: un romanzo per pubblico adulto, in una collana giovane, che al momento dell’uscita del libro (aprile 2021) contava ancora pochi titoli.

L’autrice è Corinna de Cesare, ha trentotto anni, origini meridionali, esattamente della provincia di Bari ed è una giornalista. Il suo nome è legato soprattutto alla attività svolta sui canali social e alla newsletter femminista “thePeriod”, fondata nel 2019, con lo scopo di demolire i tabù e di farsi portavoce di un universo femminile, spesso ridotto al silenzio.

Ciao per sempre è il suo romanzo d’esordio, un viaggio a ritroso nel tempo e nelle proprie incertezze, in cui è facile perdersi, ma non si rimane mai soli.

Ogni famiglia ha un segreto, piccolo o grande che sia […] Possiamo davvero dire addio a una persona, a un posto che abbiamo amato o che ha fatto parte di noi?

A rispondere ci prova Margherita, la protagonista, insegnante precaria che fatica a trovare la sua strada e giovane donna sui trent’anni, con sogni e ambizioni, ma senza una direzione da seguire.

L’architettura del libro è circolare. Si comincia parlando di una fuga, che è anche una partenza, una fuga fatta di parole non dette, messaggi senza risposta, pensieri soffocati, e una partenza verso una meta diversa e sconosciuta, in cui nascondersi e poter ricominciare. Ma non è facile svincolarsi dai legami con il proprio passato e con la propria terra, soprattutto quando il distacco è stato netto, violento, forse affrettato, immaturo.

La narrazione prende avvio con la morte della nonna materna, evento che obbliga Margherita a un inaspettato ritorno, diventato necessario. Per assistere alla celebrazione del funerale, la protagonista parte per andare a Collina d’Oro – nome di fantasia, «fiabesco e anche un po’ ridicolo» – in una Puglia calda e luminosa, dove si era svolto tutto, e tutto ricomincia. Dopo l’incipit, è da lì che parte il suo vero viaggio, il secondo, un ritorno al passato, forse anche questo involontario e intenso, appesantito dal carico del tempo e del peso che si porta dentro: un percorso a ritroso, un cammino di rielaborazione che la obbliga ad affrontare emozioni, vicende e persone che aveva tentato di rimuovere.

Inizialmente, il romanzo procede quasi si tratti di un racconto adolescenziale; si descrivono episodi del passato e si fa riferimento a persone che ormai sembrano essere lontane ed estranee alla quotidianità di Margherita: il primo amore, l’amica di infanzia, i segreti con la nonna e i suoi capricci da bambina. Poi, si evolve, come un percorso di maturazione, in cui i tanti silenzi lasciati sospesi per anni e i misteri preannunciati si palesano e si agitano sulla scena. Il primo tra tutti è legato alla figura dello sconosciuto che Margherita nota ancor prima del funerale e che, per tutto il romanzo, sembra seguirla, spiarla, quasi accompagnarla, in maniera inquietante.

Il loro segreto era entrato nella porta di casa e si era seduto sulla poltrona verde di velluto accanto alla salma della nonna. E ora era lì con lei, di fronte a quella casa.

Così, pagina dopo pagina, Margherita sfoglia con il lettore l’avventura della sua vita, raccontando ciò che era e annunciando ciò che sarà, scoprendo pian piano il velo che copriva la sua famiglia, perché, in fondo, come scrisse Leonard Cohen, e come riporta Corinna sulla sua quarta di copertina: «C’è una crepa in ogni cosa, è così che entra la luce».


Stefania Malerba è nata nel 1996. Ha studiato Lingue moderne, letterature e traduzione, approfondendo il suo interesse per la comunicazione. Si interessa di fotografia, cinema e scrittura.

Il pane perduto di Edith Bruck

Edith Bruck è una testimone del suo tempo. Nata nel 1931 in Ungheria, vive in prima persona il dramma dell’Olocausto, a cui sfugge e dà memoria. Il suo primo libro risale a sessant’anni fa, Chi ti ama così, edito in una collana diretta da Mario Luzi e Romano Bilenchi, per l’editore Lerici, in un periodo in cui l’autrice aveva già iniziato il suo sodalizio con l’Italia e la lingua italiana.

La madre era già semisveglia per preparare il fuoco quando bussarono forte alla fragile porta, e si svegliarono di colpo tutti.

Il pane perduto è un romanzo autobiografico, riporta la questione all’origine, come a sistemare, riordinare le idee per chi verrà. Comincia con lo sguardo su un piccolo paese dell’Ungheria, una famiglia proletaria, il quotidiano, un pane in lievitazione che nessuno cucina. Si sposta nei campi di concentramento di Auschwitz, Dachau, Bergen-Belsen.

Abbiamo vissuto tra agonia, morti, freddo, fame, fino all’ultimo appello del 15 aprile, ma dall’alba alle nove non venne nessuno a contarci. La kapò che ci metteva in fila a bastonate, perché alcune di noi non riuscivano a stare in piedi, era sparita.

L’abbandono totale era la morte?

La narrazione esce fuori dall’inferno. Non lo abbandona, nel viaggio da Israele all’Italia, dentro incertezze e incomprensioni di chi non c’era. Si fa lettera a Dio. Ricorda, con focus precisi, segnata come una pietra incisa dagli eventi.

Review: Tre piani, Eshkol Nevo

Non è per nulla scontato scrivere una recensione di un libro tecnicamente perfetto. Esistono perfezioni diverse, in letteratura. Quella di Tre Piani, di Eshkol Nevo, è una di quelle perfezioni che dipendono dalla natura dialogica del libro. Nelle tre storie narrate l’autore riporta tre lunghe confidenze che un narratore in prima persona, sempre diverso, effettua nei confronti di un’altra. In tutti e tre i casi il narratore si rivolge al suo interlocutore contando su una base solida, di confidenza totale. Inoltre in tutti e tre i casi della narrazione l’interlocutore è lontano: lontano nel tempo nel primo caso, via lettera a un’amica nel secondo, con una registrazione al marito defunto, nel terzo. Nevo sceglie quindi di giocare, di narrare, sul piano più sornione che si possa immaginare: è inattaccabile. Le narrazioni non possono mai essere messe in dubbio, anzi, in un certo senso l’interlocutore si costruisce man mano che la narrazione evolve, dato che chi racconta sa perfettamente, cioè in anticipo, le reazioni di chi dovrà ricevere quel discorso. Inoltre la complicità è totale anche in virtù delle azioni raccontate. Si tratta di fatti complessi, che comprendono personaggi complessi, sfaccettati, che si muovono in situazioni piene di sfumature. Ci sono errori, momenti retorici, clichées, nelle loro scelte e nel mondo che li circonda. Chi racconta confida nella comprensione dell’altro. La complicità è totale sul piano morale e in esso è circoscritta. La comprensione da parte dell’altro, in questo senso, è la vera protagonista del romanzo. Non è pensabile la sua assenza. In questo l’autore è sicuramente magistrale. Ma proprio qui c’è un eccesso di tecnicismo, se è vero che anche l’autore si rivolge allo stesso modo nei confronti del lettore. I suoi personaggi sono infatti estremamente lineari, perché lineare è la narrazione. Intorno a loro tutto evolve, e repentinamente, ma tutto il loro raccontarsi è solamente il dispiegarsi delle parole che avrebbero usato prima che succedesse quanto successo: non c’è spazio per interpretare la novità. Quando avviene una metamorfosi anche il linguaggio cambia, ma questo sembra non interessare minimamente l’autore. La sua indagine, l’analisi, avviene attraverso il senso di colpa e il costante compromesso che essi cercano dentro sé stessi, attraverso il loro racconto, senza sapere mai del tutto di esserci riusciti. Chiedono consolazione. Nevo cerca quindi un lettore connivente e un po’ ipocrita, in grado di parteggiare istintivamente per i suoi personaggi, perché pur disegnando situazioni complesse, lo fa in modo manicheo, finendo per contrapporre due parti, anche quando non ce ne sarebbe davvero bisogno.

A un certo punto Nevo fa dire una cosa a uno dei suoi personaggi. A dirlo è in realtà è un interlocutore, quindi uno che non c’è ma resta costantemente evocato attraverso la confessione, intervallata dai ricordi in comune. In questi pezzi la narrazione procede bene, la tecnica di alternare mente ed emozioni funziona bene. Comunque, il personaggio tirato in ballo aveva citato Paul Auster, che durante una conferenza avrebbe detto che i suoi personaggi parlano allo scrittore, fino a litigare con lui per dirgli quel che non vogliono o che vogliono fare. I personaggi di Tre Piani, invece, parlano all’autore, è evidente, ma l’autore non gli dà retta neppure un secondo. È lui a condurre il gioco, è un narratore arrogante e vanesio, ma lo scarto fra loro non si percepisce. 

I tre piani a cui allude il titolo sono i tre appartamenti della stessa palazzina borghese presso Tel Aviv in cui abitano i tre protagonisti: nel primo l’Es, nel secondo l’Io, nel terzo il Super Io, come spiegato dalla protagonista del terzo racconto, l’unico che si intreccia, seppur molto poco, con i primi due. Anche questa parte risulta forzata, lo stratagemma avrebbe potuto funzionare ma viene lasciato fermentare troppo e non diventa nient’altro che un’ennesima autocitazione. Comunque qui lei è un giudice in pensione, e nel suo racconto dice di appassionarsi a Freud, e in conclusione arriva a dire che Freud si era sbagliato a collocare i tre spazi dell’inconscio: non sono dentro di noi, ma sono le spiegazioni che diamo per dire che esiste uno spazio fra noi e gli altri quando raccontiamo, e che solo questo dà senso alla nostra esistenza, che è il fatto di essere ascoltati che ci allontana dalla solitudine:

I tre piani dell’anima non esistono dentro di noi. Niente affatto! Esistono nello spazio tra noi e l’altro, nella distanza tra la nostra bocca e l’orecchio di chi ascolta la nostra storia. E se non c’è nessuno ad ascoltare, allora non c’è nemmeno la storia. Se non c’è uno così, a cui svelare segreti, con cui sciorinare ricordi e consolarsi, allora si parla con la segreteria telefonica, Michael. L’importante è parlare con qualcuno. Altrimenti, tutti soli, non sappiamo nemmeno a che piano ci troviamo, siamo condannati a brancolare disperati nel buio, nell’altro, in cerca del pulsante della luce.

È chiaro come il sole che il pulsante della luce è Nevo ed  è soltanto lui ad accenderlo e spegnerlo a suo personale piacimento, autogiustificando il bisogno di narrazione che come è ovvio non può essere messo in discussione.

Insomma, seppur la costruzione delle tre trame sia ineccepibile, il gioco dei punti di vista che si spostano rimane in nuce. Seppure le riflessioni dei protagonisti sulle loro esistenze sono profonde, esse sono in realtà sempre la conseguenza di fatti più grandi di loro. E basta guardare da un po’ più lontano per accorgersi che nessuno dei tre personaggi decide per sé: sono tutti e tre schiavi di una situazione che non comprendono, con poche linee di fuga guidate dalla mano dell’autore. Seppure le conclusioni siano plausibili e logiche, non aggiungono mai veramente nulla di nuovo alle loro vite. La conclusione appare nuova, ma è in realtà già vissuta diverse pagine prima dai vari protagonisti. Seppure in fondo il romanzo sia la narrazione di tre diverse prese di coscienza, esse avvengono letterariamente senza spazio di ascolto. L’unico spazio se lo prende Eshkol Nevo, ma non ne lascia né ai suoi personaggi, né a noi lettori. 

L’operazione letteraria è patinata, il Super Io invadente, troppo. Verso dei personaggi così schiacciati su loro stessi non si può che provare commiserazione. Il loro fallimento non dipende dai giudizi di chi non li ha capiti, e anche qui non è chiaro perché nessuno intorno a loro non li abbia potuti capire o se forse non siano in realtà loro un po’ paranoici, ma da un autore che ha deciso di raccontare tre vite di confine in serie, “prodotte”, e da tre esiti che hanno in comune solo il fatto di restare possibili, e di non mostrarsi mai al di là della nostra capacità di trascendere il nostro giudizio morale sulle loro azioni.


Alessio Barettini nasce a Torino 45 anni fa, studia Lettere a Siena e poi torna in Sabaudia a fare l’insegnante. Adesso lavora in un liceo artistico della città, e quando non è in classe legge, fotografa, ascolta musica indie, suona la Fender Mustang o guarda film. Ogni tanto scribacchia, più raramente scrive. Non ha mai suonato al Festival di Reading, ma c’è stato due volte.

Crudo, un’esistenza

Olivia Laing, autrice di Crudo, critica letteraria inglese, classe 1977, collabora con The Guardian, New Statesmen, Frieze, ed è stata responsabile della sezione libri dell’Observer. Porta in scena il suo primo romanzo, edito in Italia da il Saggiatore, tradotto da Francesca Mastruzzo. Partendo da una figura particolare, alienata, moderna, spiegabile e controversa: la scrittrice americana Kathy Acker.

Katy, e con lei intendo io, si stava per sposare. Katy, e con lei intendo io, era appena scesa da un volo proveniente da New York. Aveva ottenuto un upgrade in prima classe, si sentiva molto chic, aveva comprato al duty free due bottiglie di champagne in confezione cartonata arancione, d’ora in poi era questo il tipo di persona che sarebbe stata.

Katy è vicina a vedere meno un modello dell’esistenza, passata a disarticolare il senso comune, a fare del tempo l’assoluto, a inseguire. Prende il sole in Toscana, in Val d’Orcia, ha una finestra sul mondo, chiamata Twitter. Osserva la società in fallimento, la direzione opposta a ciò che si ambisce per gli altri e la propria direzione.

La cosa più preoccupante erano Trump e la Corea del Nord. La gente diceva che non sarebbe successo nulla, ma dal momento che questa gente, ovvero gli esperti, non erano assolutamente riusciti a prevedere il carnaio dell’anno scorso, Katy dubitava della loro attendibilità. Decise di guardare l’account Twitter di Trump per vedere com’era la situazione. Peggio di quanto si aspettasse.

Il libro è un flusso di coscienza realista e politicante, ed è ambientato nel 2017. Risente dell’idea che la Terra possa avere una svolta. Trump, citato ossessivamente, i cambiamenti climatici, la Brexit, ogni tassello del puzzle va nel posto corretto e coerente per romperlo. C’è il matrimonio da fare. Portarlo avanti. Come uno spazio di segretezza e intimità.

Impiegarono un sacco di tempo a fingere di firmare il registro con una penna senza inchiostro, Kathy ignorava il perché. Poi firmarono davvero, poi tutto fatto. Suo marito uscì a passo di danza, a metà tra un cancan e una gavotta.

Crudo è una digressione, un monologo negativo, che altera l’equilibrio classico del romanzo. Si fonda sul racconto della realtà. Sovrappone piani narrativi, con un unico tono: la voce dell’autrice sembra intersecarsi con la verità di Katy senza grandi alterazioni letterarie, passando da una prosa che invece le garantirebbe.


Federico Di Gregorio

Reality, Giuseppe Genna

Esistono numerose buone ragioni per leggere Reality di Giuseppe Genna. Innanzi tutto occorre precisare che l’autore insegue l’esigenza di raccontare l’esplosione di Covid-19 e del lockdown senza attendere. Lo scrive subito, tra febbraio e fine primavera del 2020, consapevole forse che occuparsene può impedire alle nostre individualità di rifugiarsi o di scappare. Non a caso il sottotitolo (o come ha fatto notare Tommaso Pincio nel post Facebook di Genna del primo luglio dello stesso anno, il «sopratitolo») del libro è «Cosa è successo», ovvero un lavoro che nasce per spiegare il più fedelmente possibile  questo evento epocale che non può non aver modificato percezioni, comportamenti, abitudini più di quanto ciascuno di noi sappia riconoscere. 

Fatta la dovuta premessa, Genna non si esime da un certo imbarazzo, da uno smarrimento che è di tutti e suo come primo scrittore che si è occupato del problema mentre, e non dopo, e lo conduce su un piano letterario e universale, sulle dinamiche sociali e sulla politica d’Italia, di Milano, di Bergamo. E non sono escluse riflessioni religiose, mediatiche, cronachistiche. Ma Reality non è un diario della quarantena, come hanno suggerito altri testi usciti di recente e come in effetti era stata comprensibilmente la direzione del mercato editoriale, pur fermo, di quei mesi e anche dopo. Questo è un dato sostanziale per capire come mai l’interesse per questo libro andrebbe decisamente aumentato, prima di tutto perché l’autore passa attraverso sé stesso solo quando è strettamente necessario che accada. Se lo fa non si esime da quello stesso sguardo asciutto, lucido e tagliente che da sempre lo contraddistingue come scrittore.

Genna si fa testimone, che in questo caso è testimone assoluto, perché ci racconta ciò che a tutti non è  dato vedere. Da subito il testo ci mostra le impressioni dei reparti Covid. Sono pagine di raccordo a tutte le notizie che sentiamo tutti quotidianamente, in quelle settimane.

Con l’avvicendarsi di eventi così storicamente reali e pure così vicini temporalmente a noi, è necessaria una riflessione sullo stile narrativo. Sin dal secondo capitolo appare chiaro che si intrecceranno diverse voci narranti. La scelta di raccontare nel secondo capitolo il giorno prima dell’esplosione della notizia in Italia attraverso la voce di uno stilista, per marcare la dimensione della moda a Milano e gli inevitabili rapporti economici con la Cina, mostra l’intenzione di procedere come spesso procedono le serie tv, creando una tensione narrativa che accumula elementi per giungere a una fine memorabile. A concorrere più in generale a questa tendenza è il segno stesso della fine, elemento ricorrente di certa narrativa attuale: «Tutti vogliono possedere la fine del mondo» scrive De Lillo in Zero K, pubblicato solo tre anni prima, autore di cui certo Genna è debitore letterario. Il senso della fine è dentro ciascun capitolo, si deposita in ciascun personaggio, crea innumerevoli possibili illogicità. Lo stilista concepisce l’idea degli outfit per i morti in Cina, ultima frontiera possibile fra capitalismo e fine del mondo. Del resto tutto appare finto e artificioso anche per il contrasto con le parole di un santone-profeta-barbone di un parco di Rogoredo, la cui fine del mondo annunciata fra le risate di chi lo ascolta accorcia le distanze fra i due personaggi in questione, livellandoli, portandoli sullo stesso piano mediatico.
Il terzo capitolo accenna a un cambio di paradigma che non può non toccare la lingua e la storia, e non può non nominare la geografia dei paesi in zona rossa, una sospensione voluta dalla narrazione che ci porta alla memoria di chi narra, che a dieci anni conobbe Codogno per essere entrato in gita nel caseifico Polenghi, presagio postumo che si inserisce in un maggiore grottesco. Quindi si entra in una narrazione diaristica dei morti e dei contagi, che non ci lascerà fino quasi al termine. Ad accumulare tensione anche formale si parla qui di un’indagine poliziesca che insegue il percorso del paziente 1, come se la squadra speciale stesse cacciando il pericoloso malvievente chiamato Covid-19. Tuttavia appare chiaro da subito, nelle parole di Capomastro, una figura di potere che comparirà anche più oltre, «che ci si dovrà rassegnare a sospendere le libertà, e lasciare che «naturalmente, lo Stato uccida sé stesso, un colpo di stato inevitabile». La ricostruzione dei giorni di buco del paziente 1 mostrano che è certamente impossibile arrivare a capire, mostrano che è pretenzioso arrivare a definire qualcosa di cui nessuno sa nulla, né allora né dopo.

A questo punto si evince un primo dato essenziale: la sospensione non dal giudizio, ma dalla storia, dimensione nella quale tutti ci siamo trovati e che ora viene scritta come se ogni conclusione  venisse interrotta e la consequenzialità delle cose venisse lasciata solo come reticolo per guardare più da vicino le cose.

Si mette in risalto come sia, il nostro, un tempo  di movimento e di velocità che fluiscono ininterrotti. I sindaci di Milano e di Bergamo restano sospesi nelle loro dichiarazioni e così  la mostra rimasta a Palazzo Reale, visitata dall’autore come una discesa agli inferi pensata dal curatore, un capogiro che tutta la città e tutta l’Italia si apprestavano a fare. Assistiamo poi a un nuovo punto di vista, ed entriamo nella voce di una pneumologa che assiste alla morte di un paziente che è stato lasciato morire, privo di intubazione, per carenza di strutture. I suoi gesti sono cristallizzati dal suo stesso punto di vista: siamo dentro l’Inferno, mentre i numeri dei contagi e dei morti stanno salendo.

In questa chiave diaristica il 7 marzo ha un valore particolare, perché è il giorno precedente il lockdown. Qui l’autore si focalizza su un ultimo raduno in discoteca, in barba a ogni norma di sicurezza, e sull’esodo con i treni. La scrittura sembra ambire a inserirsi nello strato della coscienza addormentata di tutti. La parola, l’incisione, per così dire, è, come sempre in Genna, netta, chirurgica, asfissiante, e in quest’occasione lo è ancora di più. Alla fine di questo capitolo l’autore si interroga su sé stesso, sulla propria funzione di veglia, di testimonianza della fine. In questo l’autore non si differenzia dai personaggi che fin qui hanno provato a loro modo a «possedere la fine del mondo». 

Ma i giorni passano. Genna si muove per la città, fuggendo i controlli e seguendo i propri contatti. La cifra stilistica di questo pellegrinaggio non è solamente dovuto alla città vuota e alla volontà di condurre una sorta di inchiesta, ma trova risposta precisa in un discorso letterario che l’autore milanese aveva iniziato a seguire con History, il suo penultimo libro, con cui per la prima volta la sua narrazione si era incrociata con dinamiche fantascientifiche rese realistiche dai movimenti del protagonista-narratore. Ma non è solo per i palazzi vuoti e per i sotterranei labirintici degli ospedali che Reality segue History, quando ci si avventurava per i corridoi del laboratorio di ricerca dell’Intelligenza Artificiale. E neppure nel titolo, una parola secca, straniera, che però qui, in Reality scavalca il senso principale della parola affiancandosi almeno all’elemento del reality show. C’è un punto di raccordo sopratutto nel movimento. In History il protagonista, toccato dal dono di essere il solo a poter parlare con la bambina autistica, viaggiava per le stanze e per le idee come se inseguisse costantemente un bandolo che mettesse a posto le cose, pur sapendo probabilmente di non poterlo trovare. In Reality Genna: va, smonta, compone, chiede, ipotizza e verifica, sembra un folletto a spasso per una Milano vuota, senza punti di riferimento, almeno in apparenza. In questo movimento letterario tipicamente delilliano si deve vedere un collegamento diretto fra noi tutti e la comprensione. Così spazia, Genna, si reca a San Vittore dove il solito Capomastro riappare in veste letteraria e sociologica, a fornire spiegazioni più dettagliate di quel che mediamente si è saputo dai giornali e telegiornali, si reca in Duomo, nel Duomo vuoto, dove incontra Padre Steiner, un prete incisivo, che si scaglia contro la politica e la gestione del lockdown. Lo stesso leitmotiv è nell’immagine dell’infermiera che dorme per la stanchezza, segno di uno spettacolo che appaga la voglia di sentirsi ammiratori di qualcuno che si vuole sia eroico, in una stadio di innocenza generale diffusa che essendo pura rappresentazione arriva a noi stessi percorrendo i  canali di sempre. «Nella dichiarazione universale dei diritto dell’uomo mancano queste due proprietà inalienabili, che sono la storia e la realtà. Intendiamo disporne come più ci piace», dirà. Alla gente basta la connessione, basta che l’immagine dica quel che vogliamo intendere, e non importa se la realtà lì ritratta sia solo un pezzo di realtà che esclude quel che non vogliamo e non sappiamo vedere. 

O ancora, i mercati generali, il polo logistico di Milano dove Reality diventa un libro-documentario che in altri momenti sarebbe leggibile come un’inchiesta. Qui il virus non può arrivare, a sentire il Padrone, non fa altro se non piegare un’abitudine al lavoro a cui non ci si vuole sottrarre. Le regole qui sono ferree. Chi si ammala deve andarsene. Le creature che lavorano all’agroalimentare sono figure fisiche, capaci di contendersi un mese di lavoro senza code in cambio di un torneo di fight-clubbing. È un mondo a sé, con le sue regole, che soffre di un abbassamento generale della ricchezza che ha investito anche i comparti legati alle assunzioni in nero e la criminalità stessa. 

La speranza sembra aver abbandonato ogni ambito, sembra persino superflua. Del resto non è possibile riporla nei runner o in chi canta dal balcone, due leitmotiv che tutti ricordiamo. Ci si interroga sul rovesciamento vita-morte, su come il cambiamento in atto sia irrevocabile, su come bisognerebbe riamare la morte, non potendo più amare questa vita, essendo noi tutti dentro un cambiamento più grosso di quanto non possiamo concepire.

«All’improvviso appare il Papa» prosegue, ed è una figura assoluta nel vuoto assoluto di Roma.  Ritorna l’idea di fine della storia, in queste pagine che sono le più profonde del libro. Il Papa ha sovvertito le epoche. Questo esserci in prima persona, la sua passeggiata lungo via della Conciliazione, l’invocazione all’unità, hanno modificato la percezione classica del guardare-guardato. Lui, immagine pura che tutti vedevano e assorbivano, ci guardava, ci richiamava, in un paradosso senza tempo che ha fermato tutto in un istante, senza parola, pura luce. Genna ci racconta il Papa come segno della fine dell’epoca, immagine mediatica assoluta e capace di incidere la nostra coscienza collettiva. Ma naturalmente la tragedia collettiva si compone di tragedie singole, e c’è spazio anche per queste, quando si entra in una casa e si racconta di una donna che ha iniziato a sentirsi male e si è fatta aiutare dal marito a morire, mentre la figlia assisteva a tutto via telefono, da lontano.  E poi l’arrivo degli infermieri, la mancanza di tamponi, i problemi del sistema sanitario locale  raccontati dagli episodi quotidiani, dalle parole del personale, le vittime che si credono colpevoli e i colpevoli che non si scoprono mai.
La cronaca ci porta al 18 marzo, con la fila di bare che viene scortata dai camion militari che si muovono per Bergamo. Qui si racconta di come i corpi vengono cremati, in un sistema al collasso, che è come un sistema economico intero, come una masticazione della natura, un susseguirsi di atti di cui il fuoco dei forni è guida. Poi il discorso si allarga fino ai numeri di morti, un primato italiano che è segno stesso della fine in corso. L’apocalisse è giunta in silenzio e si è mangiata i domani. E anche l’entusiasmo da balcone dei giorni precedenti è spento. Ormai è il buio.
Le pagine più dolorose sono quelle dedicate ali psicotici che escono dalle case, che si mostrano, nudi o vestiti ma sempre espliciti, inconsapevoli che in quel vuoto di senso e di segni la loro voce sarà la più profonda. Questi finiscono per essere internati in reparti dove devono essere legati per non andare a infettare in giro. Anche le strutture per gli anziani soffrono di un dolore indicibile: troppo care e troppo cariche di dolore. Qui il personale denuncia l’assenza di protezioni e denuncia il mercato dei positivi, malati accettati indiscriminatamente per avere più introito. Sono luoghi della morte, privati di umanità, espressioni umane kafkiane senza speranza né redenzione. La casa di riposo è un luogo oltre la morte, dove la morte è rappresentata dai vecchi e da un tempo sospesissimo. Sono gente senza parenti, spesso mai reclamata. È la morte più nuda, è la morte protagonista nei reparti, nelle strutture assistenziali, nelle case, ovunque. E sono pagine di forte umanità, unica e necessaria.

Reality è un testo che va letto perché tenta di fare quello che tutti hanno sofferto durante la quarantena: non riuscire a dare un senso strutturato alle cose che stavano capitando, vittime dei difetti del sistema narrativo/mediatico nostrano che si è rivelato fallace esattamente come il sistema sanitario nazionale. Questo tempo sincopato è adatto ai tempi della fruizione delle serie tv, che permette visioni di svariate puntate interrompendo e riprendendo a proprio piacimento la visione, e ci mostra diversi da come vorremmo essere, o da come crediamo di essere, ma spersonalizzandoci. In questo si fa necessario lo sforzo per comprendere la voce del virus, novella Cassandra che mostra i problemi reali della nostra società, che si diffonde per illuminare spazi solitamente dati per scontato, consapevole che l’essere umano non è in grado di accorgersi fino in fondo quale sia la sua realtà.


Alessio Barettini nasce a Torino 45 anni fa, studia Lettere a Siena e poi torna in Sabaudia a fare l’insegnante. Adesso lavora in un liceo artistico della città, e quando non è in classe legge, fotografa, ascolta musica indie, suona la Fender Mustang o guarda film. Ogni tanto scribacchia, più raramente scrive. Non ha mai suonato al Festival di Reading, ma c’è stato due volte.

Tōkyō tutto l’anno, Laura Imai Messina

Tōkyō tutto l’anno è un modo per spiare il Giappone, un viaggio nei dodici mesi: da gennaio, Mutsuki, «il mese degli affetti», fino a dicembre, Shiwasu, «il mese dei bonzi affaccendati». Le argomentazioni, come la scrittura, sono naturali, logiche; divise in capitoli corrispondenti al tempo e in sottocapitoli ognuno dei quali è una fotografia, una semi-istantanea della vita tranquilla dall’altra parte del mondo, una passeggiata.

Ed ecco, come chiamata, una giovane donna scendere dalla breve scalinata a sinistra. Ha enormi buste che pendono dalle braccia, una spesa d’abiti in stile gothic lolita e relativi accessori. Il ghirigoro sugli shopper recita il nome di uno dei più di cento negozi di Takeshita-dōri, tra cui spiccano boutique distribuite sui vari piani di questa stradina, negozi che propongono abiti di ogni foggia e colore, scelte ardite in stile gaal (girl), take-no-kozoku ecc.

Autrice del libro è Laura Imai Messina, scrittrice anche di Tokyo Orizzontale, Non oso dire la gioia, Quel che affidiamo al vento, Le vite nascoste dei colori. Una giovane donna, nata a Roma, che a ventitré anni, dopo la laurea, si trasferisce a Tōkyō, e trasforma ciò che doveva essere un breve viaggio in una realtà stabile.

Tōkyō non è tanto una metropoli quanto una narrazione plurale. Io, senza di voi, non sono nulla: è questo che insegna. Nella capitale dell’Estremo Occidente tutto è mescolanza. Nulla è definitivo.

Tōkyō tutto l’anno è uno straordinario e leggero modo di avvicinarsi a uno scenario, una breve guida per iniziare a scorgere cosa c’è dall’altra parte: il metodo per chi vuole conoscere una cosa qualunque.

Review: Due vite, Emanuele Trevi

Eleganza, sprezzatura, vena ironica e arguta, sono questi gli elementi chimici e alchemici che rendono il Due Vite di Emanuele Trevi un libro bellissimo, misterioso e magico. Se dal titolo qualcuno potrà scorgere quell’opaca gravezza plutarchiana, bene, niente di tutto questo. Due vite narra la storia appassionata e tragica di due amicizie “letterarie”, quella dell’autore, Emanuele Trevi, fra gli scrittori italiani ed europei più intessuti di letteratura, più bagnato di eccentricità e stravaganza, e la figura di due scrittori amici, stroncati da morte prematura, Rocco Carbone e Pia Pera. Ispirato dal “dialogo dei morti” di Senza Verso, uscito per Laterza nel 2005, racconto squisitamente flaneuristico pesato dal lutto per la morte del poeta Pietro Tripodo, anch’esso scomparso al crocevia della propria esistenza, e dalla nettissima e implacabile lezione leopardiana, Trevi si apre al mondo concreto dell’amicizia, che è un rapporto che si mostra nel manifestarsi delle debolezze, dei punti di contrasto delle passioni e dell’egoismo. Due Vite è un romanzo di voci e di fantasmi, dove la biografia interiore dei protagonisti non volge mai al compiacimento, anzi, vira verso gli stati di grado drammatico, vuoi per l’amico Rocco verso gli stati bipolari e ossessivi, mentre, per Pia, nella illusoria felicità dei rapporti; per poi confusamente registrare l’inevitabile rovina di ogni rapporto sociale. Nell’ opera di Emanuele Trevi, la narrazione del “male oscuro”, si innesta in una prosa luminosa, la si direbbe spirituale, brillante, ammantata dalla “grazia interiore” di un nume tutelare come Cristina Campo. Eppure, la prosa è terribilmente esposta al gelido distacco tra il narratore e i protagonisti: Trevi sa bene che ogni buona letteratura deve lasciare da parte i buoni sentimenti per muoversi verso regioni di interpretazione simbolica, senza residui o relitti letterari, che il lettore molto accorto potrà scorgere nel “Gioco segreto” di Cesare Garboli sulle immagini fondamentali di Elsa Morante, soprattutto l’ingrandimento della lente, come una sorta di fascinazione minuziosa, per i particolari distruttivi, sadici e “umbratili” del rapporto tra vita e morte, di cui Trevi è una maestro. Oppure, nell’amore per la letteratura, sembrano esserci delle derivazioni dagli “Amici”, Vittorini e Rosai, di un autore poco conosciuto dalle nostre parti, Romano Bilenchi. Due Vite è un romanzo costruito su due centri cardinali: l’amicizia come iniziazione che affonda le sue radici nella vocazione letteraria e il disvelamento esplicitamente masochistica e violenta della complicità affettiva. Altro punto che si cela sotto diversi aspetti, il confine nullo tra la narrazione e l’esperienza vissuta. Rocco Carbone e Pia Pera sono anime incorporee, figure riesumate dall’oblio, non hanno fattezze umane, non cercano redenzione, hanno a che fare con il piacere e il desiderio; perciò il romanzo non ha a che fare con finalità saggistiche, intenzioni perlopiù oggettive, bensì, si carica del principio necessario della narrazione, il fuoco della memoria, la ricerca espressiva delle pulsioni più calamitanti dell’uomo, ovvero la gravitazione nel dolore, nella solitudine, costante ispirazione di uno scrittore come Giuseppe Berto, lo scrittore dell’irrealtà depressiva, con cui Trevi trova numerosi punti di contatto. È un racconto limpido, senza sforzi di sorta – la maestria di un Emilio Cecchi redivivo – mai raffinatamente posticcio artefatto o “furbo”. Il lettore vedrà in esso un romanzo posto oltre la realtà, delle volte crudele come una malattia, tutta un’attesa di un segreto mai svelato: l’inconoscibilità dei rapporti umani.


Michele Paladino vive a Santa Croce di Magliano, in Molise. Sue poesie e racconti sono in diverse riviste letterarie. Ha pubblicato Breviario delle aberrazioni (Fallone Editore, 2021).

Nuove storie: Tre gocce d’acqua, Valentina D’Urbano

Tre persone. Celeste, Pietro, Nadir. Unite e divise. Fratelli e non. Il nuovo romanzo di Valentina D’Urbano, Tre gocce d’acqua, in libreria da oggi primo giugno, edito da Mondadori, ruota attorno a risvolti originali. Celeste e Nadir non sono parenti, hanno lo stesso fratello, Pietro, dell’una da parte di padre e dell’altro da parte di madre. Pietro è grande, dieci anni in più. Quando Celeste, il cui nome è stato suggerito da lui stesso, a otto anni cade e scopre una rara patologia genetica soprannominata «malattia della ossa di vetro», c’è Pietro.

Lucrezia una volta aveva detto che dopo lo sviluppo le mie ossa sarebbero diventate meno fragili, che avrei potuto fare più cose. Non mi aveva detto però che sarebbe successo durante lo sviluppo.

Nadir entra in scena contro chi non è sua sorella. Sembra avere interesse a colpire Celeste nelle sue fragilità. Li devono separare. Si rincontrano quando lei ha tredici anni. Pietro comunica la sua intenzione di partire per il Medio Oriente, inizia una carriera accademica. I tre diventano interdipendenti. Nadir e Celeste si appacificano spinti dalla gelosia e dall’amore per il fratello in comune e dalla malattia di lei. Fino alla scomparsa di Pietro in Siria.

Nadir, come me, non è in grado di amare nessuno, ci siamo contaminati troppo a lungo.

Valentina D’Urbano, al suo settimo romanzo, scrive una storia complessa, con una prosa essenziale e un immaginario da cinematografia.

Sanguina ancora, di Paolo Nori

Che senso hanno pagine e pagine su Fëdor Michajlovič Dostoevskij, nel 2021? Si può parafrasare così l’incipit del nuovo romanzo-biografia dello scrittore emiliano Paolo Nori, dedicato alla letteratura russa e a uno dei suoi più noti esponenti.

Uno scrittore russo, Vasilij Rozanov, descrive Dostoevskij come un arciere nel deserto con una faretra piena di frecce che, se ti colpiscono, esce il sangue.

Nori cerca tra le pagine degli autori migliori, dalla folgorazione per Delitto e Castigo in poi. La Russia del romanzo è quella in cui uno scrittore è una star. Si può bere o mangiare come Tolstoj, restare con gli amici in camera a leggere Gogol come fosse nel contemporaneo una serie Netflix. È un mondo competitivo e realistico. Ma chi è Fëdor Michajlovič Dostoevskij? Un ingegnere senza vocazione, che non può fare a meno della letteratura. Traduce un romanzo ed è un fallimento. Ne scrive uno, Povera gente, ed è un successo. Inizia l’empatia tra le parole e ciò che vive, «succede che anche delle cose che ha scritto, nel passato, si realizzino in futuro». Leggendo prende forma l’idea di un’opera che avvicina la vita dello scrittore russo alla letteratura, quindi a tutti.

Il senso di leggere Dostoevskij io non lo so, so che Dostoevskij, anche se non lo leggiamo, ci ha detto, nelle cose che ha scritto, come siam fatti prima ancora che venissimo al mondo, e poi so, bene o male, cosa è successo a me, quando ho iniziato a leggerlo, Dostoevskij.

Review: Densità, Raffaele Notaro

Castel Carpino, immaginario paese del meridione, è sconvolto. Il giovane nuotatore Filippo, quattordici anni, sale sul trampolino dei tuffi e si lancia nel nulla della piscina vuota.

Inizia così Densità il romanzo d’esordio di Raffaele Notaro, edito da Mondadori. Lo scrittore, che nella vita cura anche il podcast Le Bookoliche, non nasconde nulla sin dalle prime pagine: il suicidio di Filippo è la miccia che fa saltare in aria il paese.

Il paese, colpito a morte da quello schianto, reagisce con la ferocia delle bestie ferite e turbate. Il timido e goffo Gabriele è un ragazzo «problematico», che soffre di una non diagnosticata dislessia, scambiata per svogliatezza dai suoi insegnanti, e diventa il capro espiatorio per la morte del suo inseparabile migliore amico.

Messo sotto accusa dai pettegolezzi e dalle insinuazioni dei suoi compaesani, Gabriele si ritrova costretto dalle circostanze a rivedere e a cercare di capire cosa sia stata la sua amicizia con Filippo, cosa abbia rappresentato per lui, e nel cercare Filippo inizia a cercare sé stesso, l’aver vissuto costantemente all’ombra in una vita che fino a quel momento era stata, come capita spesso a chi è emarginato da bambino, pura sopravvivenza. Ma sarebbe riduttivo considerare Densità come un semplice romanzo sull’amicizia o sulla formazione.

La vera protagonista della storia è piuttosto la vita di paese, le sue severe regole, le paure, le sovrastrutture. Anche se Densità non è un romanzo horror, impossibile non pensare al miglior Stephen King e a certi passaggi di It o Carrie. Anche qui mentre l’occhio dello scrittore si concentra su teenager in lotta per l’affermazione di sé stessi, intorno si scatena il gran ballo degli adulti. E come in King, Notaro osserva senza pietà i genitori, i padri assenti e lontani e le madri ossessive e iperprotettive. Non c’è assoluzione per nessuno di loro, tutti colpevoli. Non c’è assoluzione per le madri degli altri ragazzi, che si affannano a scacciare la paura del mostro scaricando altrove la colpa del suicidio di Filippo. Nessuna assoluzione per la madre di Gabriele, Angela, persona educata che non urla e non dice parolacce, ma nella lotta contro i fantasmi che agitano il sonno della sua famiglia si dimostra disponibile con ogni mezzo. Nessuna assoluzione per la crudele Giuseppina, personaggio da pièce teatrale di Eduardo De Filippo, donna dura il cui cuore non è stato certo ammorbidito dall’età, madre anche lei di Tonino (inserviente della piscina dove Filippo muore), personaggio con un QI inferiore alla media cresciuto senza padre.

Mentre i grandi fanno e disfanno, si azzuffano, lottano, scappano, Gabriele, insieme ai coetanei Lorenzo e Sonia, prova a rimettere insieme i pezzi di un’adolescenza già andata a pezzi, già coperta dall’ombra lunga della tristezza. Per chi è cresciuto in provincia, come il sottoscritto, è difficile non sentirsi preso allo stomaco, afferrato per le caviglie e trascinato di nuovo indietro nel tempo, in certe atmosfere, in certi non detti, sussurri, segreti, in un certo modo di vivere dove i problemi non vengono mai affrontati ma nascosti sotto il tappeto, perché ciò che conta è solo l’apparenza, anche quando questa è carica di menzogne. Non basta neanche fuggire altrove, per salvarsi: la zia di Gabriele, Elide, o la psicologa Antonella, che avevano provato ad andare via, sono dovute rientrare a Castel Carpino, costrette a ritornare nella loro terra da un atavico e ancestrale richiamo.

E mentre i misteri intorno alla morte di Filippo vengono sciolti, una domanda resta sospesa, senza trovare risposta: si lascia mai davvero la provincia?


Fabio Brinchi Giusti è nato nel 1990. Ha pubblicato il romanzo di fantascienza Colpo di stato su un asteroide (2018) e la raccolta di racconti horror e weird 2007. Attualmente vive a Bologna.

Review: Ohio, Stephen Markley

In una storia due elementi possono essere particolarmente evocativi: un funerale e l’adolescenza. A essere rispettabile è anche la ricerca del grande romanzo americano. Esiste chi ama l’ostinazione, da isolato supporter dei topos letterari più bistrattati; sbirciando però tra le recensioni, quelle dei lettori di ogni tempo, tra le opinioni di mezzo, c’è da rilevare che alcune colonne classiche del romanzo descrittivo dell’America, della storia che si aspetta per comprendere un Paese variopinto dal luogo comune perfetto a esserlo o meno, sono strutture rese impopolari dalla lontananza. Ne sono varie, come l’ambiente allegorico e retrogrado, le attese sociali, la guerra lontana, l’aspetto esacerbato dello sport. Mentre negli Us scatta l’amore trasmesso per il racconto familiare, critico, patriottico, filo che tiene insieme una tradizione grazie alla quale sopravvive, in Europa può essere percepito come solito. Ohio di Stephen Markley vive di questa carica, a seconda del pubblico riuscita o meno, in entrambi i mondi. Indovina il senso del thriller contemporaneo, demolitore di regole singolari, tanto da partecipare a rendere faticosa, sempre più, la caratterizzazione dei generi.

Il feretro non conteneva nessuna salma. La bara Star Legacy modello Platinum Rose in acciaio calibro 18, in prestito dal Walmart locale, era solo ricoperta da una grande bandiera americana.

L’inizio è un volo cinematografico sulla cittadina di New Canaan, sul suo inevitabile funerale di punta, quello di Rick Brinklan. Il romanzo si apre con una bara vuota e una «grande bandiera americana». È il 2007, gli Stati Uniti fanno i conti da tempo con l’11 settembre del 2001 e le conseguenze da esso innescate. Alla parata qualcuno risulta assente, come l’autore precisa nel momento più significativo del preludio: «Bill Ashcraft e Porno Tina. Stacey Moore, ex campionessa di pallavolo ed ex seguace della First Christian Church. Un ragazzo di nome Danny Eaton che era ancora sotto le armi in Iraq, qualche anno prima di perdere uno dei suoi begli occhi nocciola. Ognuno di loro era assente per ragioni personali, e un giorno tutti quanti sarebbero tornati». La storia si concentra su dieci membri di una classe liceale, già celebrità del Rust Belt il cui destino è andato lontano dai piani, radicati sulle certezze dell’adolescenza. Quattro punti di vista sono il racconto, Bill, Stacey, Dan, Tina; vivono sinergie simili, narrazioni singolari, che si sfiorano, rimangono, urtano, come nella vita reale. Bill Ashcraft, ex campioncino di pallacanestro, è stato attivista politico, pacifista, progressista, speculare e opposto a Rick, una volta anche sul fronte amoroso. Si trova a trent’anni ad avere l’esistenza devastata da alcol e droga, da speranze ridimensionate. Ricompare a New Canaan per consegnare un enigmatico pacchetto all’ex ragazza di Rick, così incontra il proprio luogo d’origine diverso, peggiorato negli anni fino a divenire rassicurante. Torna per un motivo, rivolto al passato. Come Dan Eaton, reduce dall’Iraq, lì per vedere Haley Kowalczyk, sua ex fidanzata. Come Tina Ross, già cheerleader della squadra del liceo, ritornata per parlare con Todd, giocatore di football che le aveva fatto vivere un dramma. Come Stacey Moore, riapparsa nella cittadina immaginaria dell’Ohio per Lisa, la ragazza con cui ha scoperto il proprio orientamento sessuale. Intrecci, sottotrame e attese presentano in collezione gli stereotipi dei teenager americani, plurirappresentati in libri e serie televisive, in un microcosmo che racconta e dialoga dell’America intera di alcuni decenni.


Federico Di Gregorio