Torti (di Federico Di Gregorio)

Il belvedere di Torti era un cumulo di voci bianche, che si estendeva da un lato all’altro della piazza. I bambini erano vestiti a festa. Il parroco apriva le mani fissando il cielo e la folla, al ritmo delle parole della Pasqua, che per lui erano una specie «di libertà, di santità».

«Dobbiamo» ripeté Raffaello.

Aveva il naso grande, con le narici lunghe, uno strano modo di respirare.

«Arrivo, tra un po’» dissi.

Continuò a scendere dalla torre. Mi affacciai meglio alla finestra, per cercare Matilde. Eravamo stati compagni di scuola. Con lei avevo esplorato ciò che potevo capire della mia terra. Il paese, le campagne, la cittadina accanto a dieci chilometri. Avevamo fatto un viaggio nel nostro mondo con gradualità. L’avevo incontrata venticinque anni prima, un altro giorno di Pasqua. La sua famiglia si era trasferita a Torti da poche settimane. Il padre lavorava i pellami, dalle nostre parti c’erano molte ditte che facevano borse, scarpe, cinte. L’avevo conosciuta a casa di una zia. Matilde era vestita di bianco. C’era appena stata la messa sulla terrazza, era vestita come si suole in una ricorrenza; una gonna di pizzo che le scendeva morbida sulle ginocchia e quasi alle caviglie, un laccio di seta legava il fiocco al collo anch’esso bianchiccio come quello dei nobili. Mentre io non ero vestito da cerimonia, ero in tenuta da calciatore, perché a quel tempo – chissà come – ero vestito continuamente da top player, con i nomi dei giocatori più banali stampati lungo la schiena. Insieme a Matilde avrei fatto medie, superiori. Si sarebbe trasferita con me per studiare a Milano. Vivevamo nello stesso palazzo, nei pressi di Porta Venezia. Si era sposata. Con uno. Avvocato come lei.

Mi squillò il telefono. Lo presi dal taschino della giacca, anche se già immaginavo chi stesse chiamando. Mia madre era stata istruita all’uso del cellulare dai miei fratelli. Esitai per individuarne la posizione nella piazza: vicino alla farmacia, suo sogno di paesana: figlio farmacista, perché la farmacia era il riferimento del paese, la famiglia Nardi i signori del paese, che abitavano in un palazzo sulla piazza; così, quando qualcuno le chiedeva cosa facessi nella vita, diceva la verità e anche che avrei voluto fare il farmacista.

Non risposi. Ripartii. Scesi le scale della torre fino in fondo. Lo feci accarezzando le mura, con la parte dei polpastrelli più vicina all’unghia, quasi a grattare. Mentre uscivo, i rumori e la luce mi vennero addosso. Mi addentrai. Addentrarsi nella folla durante una messa in piedi, vuole dire essere passato in rassegna dalle mani, che ti sfiorano rugose per il lavoro, la cura delle case, e mi facevano perdere tra le carezze cosa ogni persona mi stava dicendo. Arrivai da mia madre. Indossava una camicia e un cappellino di paglia. Era seduta su una sedia del bar. C’erano i miei tre fratelli, mio cugino, in lontananza s’intravedeva mio padre.

Lei disse: «Vai a prendere una bottiglia di minerale. A te la Pasqua non interessa».

Andai. Il barista era un lontano parente. «Luigi!» esclamò. «Come te la passi?»

«Bene. Vorrei una bottiglia d’acqua, naturale.»

«Puoi prenderla in frigo.» Brandiva un’arancia.

Andai verso il frigorifero. Non tornavo da un paio di anni. Ero stato lontano dal paese preso solo dalla carriera. Due anni senza vedere nessuna delle persone con cui ero cresciuto. Se Massimo, il maggiore di noi, non avesse alzato la voce, forse non sarei più sceso.

Presi la bottiglia. Pagai. Fuori si sentiva la predica di don Gino nelle casse.

Mia madre aveva la mano in alto per ripararsi dal sole. «Quando puoi, va’ da tuo padre e digli che poco prima della fine della messa possiamo andare.»

Le allungai l’acqua e mi avviai. Lui stava con le braccia conserte, appoggiato al palo, con i suoi occhiali. Lo avvicinai e fece un sussulto. Non era un tipo di tante parole.

«Mamma dice che vuole andare via, fra non molto.»

Annuì. Poi fece segno con la mano che aveva sonno.

«Il pranzo chi l’ha preparato?» chiesi.

«La zia.» Si aggiustò le sopracciglia. Accennò una smorfia. Mise le mani in tasca. Fece uno schiocco con la bocca. Togliendo i Ray-Ban. Forse era passata qualche donna che gli piaceva.

«Va bene, pa’» dissi. «Io allora vado.»

«E vai…»

Presi la strada di casa. Era ancora presto, però ero un pesce fuor d’acqua alla terrazza. Le strade di Torti erano strette e lunghe, «sghembe» le definivo, perché sembrava che un’armonia geometrica dei sampietrini non esistesse.

Il pranzo di Pasqua della zia era celebre. Il numero degli invitati sarebbe bastato a renderlo famoso. I miei genitori sedevano ogni anno allo stesso posto, con il rigore metodico che li contraddistingueva: in fondo al tavolo, verso l’abitazione, poco prima del capotavola, uno dei signori più anziani. La festa era imbastita di bianco, i bicchieri affusolati. C’erano le uova, dipinte, di colori discordi, dal blu dell’acqua al colore spento della terra. Un fiocco di seta le ricopriva, doveva essere stato annodato con pazienza. Intorno ci proteggevano tre case di pietra, che davano l’idea di essere facili da perdersi sulla strada. I cinquanta e oltre personaggi al pranzo erano stati per me il ritratto preferito dell’umanità: c’era ogni caratteristica, essenza non nascosta, tra le più disparate, era stato uno dei modi con cui avevo scoperto il necessario negli anni.

L’uomo di cui non avrei mai fatto a meno era il postino. Si chiamava Marco. Un tempo era stato tra le persone più giovani che incontravo. A Torti non rimanevano in molti: trovavano strade diverse, io stesso lo avevo fatto. Diventava un posto fantasma. Così Marco – si chiamava come il fratello che mi era meno simpatico – era stato un punto di riferimento, con la sua perenne allegria e gioia di stare in giro. Aveva il sorriso come espressione solita. Lo avevo conosciuto perché si fermava a parlare, d’estate, quando la scuola era finita. Io, in giardino, lo stavo a sentire. Capivo di essere nell’angolo giusto per imparare qualcosa.

A quel pranzo lo salutai, da lontano. I suoi ricci era diventati bianchi, non aveva più capelli sulle tempie. I solchi che gli deturpavano il viso si erano fatti prominenti. Ora sembrava che soffrisse. Mia zia metteva di lato un buffet. Partivo dal dolce, che con il vino mi piaceva in maniera particolare. Mi avvicinai a Matilde. «Quando torni a Milano?» dissi. Non ci sentivamo da settimane.

«Torno martedì.» Mise il piatto sul tavolo e si sedette.

Le feci cenno di aver capito. Scambiavamo poche parole di fronte a Ugo. Era diventato un rapporto ambiguo. Lui riusciva a essere geloso di me, che con Matilde condividevo qualcosa e che nella vita ero riuscito a costruire una carriera importante. Matilde aveva i capelli ricci, neri; facevano delle brevi onde fino alle spalle; le labbra carnose, rosse, che toccava spesso. La sua carnagione era nitida. Prima di fare l’avvocatessa, aveva intrapreso una carriera di cantante, per poi sfruttare la sua laurea, dopo il matrimonio. Io l’avevo sconsigliata.

Marco, l’uomo che era stato il mio postino, mi guardò. Lo vedevo in fondo che stava solo. Gli feci un saluto. Rispose. Si avvicinò. «Porti ancora le lettere a casa nostra?» dissi. Era a un paio di metri e non capì; glielo dovetti ripetere. «Porti ancora le lettere?» Questa volta la frase suonò peggio, come lo volessi sminuire.

«Sì.» Sorrise nel suo modo. Appena avevo iniziato a parlarci, si era rotta la maschera di tristezza. I capelli bianchi, le tempie pelate, i solchi sul viso adesso mi sembravano segni placidi del tempo e non della sofferenza. «Sono venuto ieri per dare la posta a tua zia…» Abbassò lo sguardo un attimo e proseguì: «Aspetta in piedi, fuori al cancello, in vestaglia. Arriva in strada dopo che sono ripartito e ho fatto chiasso con il motorino, un rumore che tra queste mura rimbomba.»

Gli ammiccai a mia volta. Era dopotutto Marco, una delle persone che avevo più stimato. Fece un cenno a una persona dietro di me. Dissi con imbarazzo: «Non vieni mai su, al nord?».

Sentii appoggiare una mano sulla spalla. «Sei tornato, Luigi?» Una voce femminile. Mi girai. Era una donna che non ricordavo. I suoi lineamenti… Rimasi senza risponderle. Poteva avere una cinquantina d’anni. Aveva i capelli dorati, il rossetto acceso e un lieve trucco sugli occhi.

«Ti presento Sara. È del paese.» Marco indicò la donna.

«Ricordo poche persone di qui.»

Lei annuì. Mi accarezzò la maglia. «Vado un attimo al buffet, sono arrivata ora.» Girò su se stessa. Notai che era una donna bellissima.

«Chi è?»

Marco rise. «È Sara.»

«Dovrei conoscerla?»

«Tutti la conoscono.»

«Ha un marito?»

Marco esitò. Non rispose. Si mise a mangiare.

«Marco, questo è un posto che si chiama come il contrario della ragione» dissi.


Federico Di Gregorio

Fervore (di Michele Paladino)

L’idea del sesso in macchina con Clodia non mi piaceva neanche un po’. Era un’idea balzana, una vera idiozia. Ho lasciato perdere. Lei era bella, splendeva nella sua camicetta logora tipica da intellettuale degli anni settanta, bisogna dirlo, riusciva a farmelo rizzare anche solo parlando di vecchi poeti ungheresi morti di setticemia in qualche vecchio kolchoz, insomma, roba da farci un pensierino. E comunque niente da fare: le interminabili premesse a una serata da profumi tipici, di luoghi comuni occidentali: amanti polimorfi, sentimenti falsati, mi fanno lo stesso effetto del Serpax. Crisi respiratoria. Depressione. Morte. In poche parole: la vita di tutti i giorni.

Sono le tre del pomeriggio e sono chiuso nella mia stanza del quartiere più povero di tutta la città. Mi rannicchio per terra, penso sempre a Clodia. Cosa starà facendo adesso? Sono sicuro, sarà chiusa in bagno a guardarsi i peletti biondi! Cosa faccio, la chiamo? Mi ama, forse? Ma cosa gli dico? Oh, sì, certo, che quella sera non avevo voglia di farlo in macchina… no… Mi vergogno! Sono ossessionato da lei? Sono una brava persona, la chiamo e mi scuso. Sì, sì. Penso sempre a lei. Non è il solito pensierino, quella sera lei ha insistito e io come un coglione me ne sono tornato a casa. Dovrei smetterla di leggere i libri in paraffina tanto belli.

Sono qui spezzato come un giunco sotto l’acqua. C’è chi amando, manda i suoi pensieri a sbattere sempre sulle ombre di malinconia, sono tutti spacciati, spacciati senza dignità, tutti chiusi nella spirale fottuta di amori alati e sognanti. Più grande è l’amore, maggiore è la tendenza a idealizzare amori da pellicole sfigate francesi dal colore delle scenografie sbiadite. Questa ipotesi è la prima presa in considerazione dagli sfigati romantici dalle tendenze colte. Io scelgo altro: fagocitarsi e finirsi. Mi abbandono alle allegorie estreme, non cambio mai, non cresco. Nell’arco degli anni riceviamo sempre i soliti inviti al crescere, gente istruita, concentrata, rigorosa, come posso spiegare loro che crescere è una inutile implorante misericordia?

Mi è sempre parso che sgomitare non avrebbe poi senso, come l’apparire. L’apparire, questa piaga, questa scemenza fatta passare per dovere, dovrebbe essere messa fuori legge insieme a tutto l’esercito di uomini destrutturati dai mezzi dell’imbecillità di massa. Cosa stavo dicendo?  Ah, Clodia. La mia Virago. Ma anche legione di Erinni. La sua voce potente e autorevole, la carnagione malata da memorie del Guercino, è una tela di pregiata fattura. Clodia è la suprema mediatrice, dove vive l’estatico e il disarmato, l’apollineo e il dionisiaco, il Kairos.

Ha lo sguardo di una vetrata di Chiesa. Dico io, ha la bellezza di corrusco sfondo bizantino, intonaco scrostato e le piccole figurine che si intravedono tra le rovine mutile. È un Magnificat. Una Resurrezione. Un veleggiare tra i lampi di tempesta. Come sempre, esagero con il dosaggio dei farmaci.

A sera esco di casa e via per le stradine del mio paese che sembra, sempre più, a un set di Twin Peaks fatto passare, per eccesso di sentimentalismo, a borgo di provincia. Le città, i nostri paesi, sono diventati gli arcipelaghi della nostra alienazione. Crollata ogni forma di valore, sottratta ogni lanterna della fantasia, le case sembrano di cenere. Quanti ricordi tra queste vie fatte di pietre aguzze e sdentate, i primi baci raggomitolati nelle dentature irregolari, i primi innamoramenti – prima di Clodia sono stati pochi e tutti ripugnanti –, il salice piantato nel giardino delle nascite dall’addetto comunale, il mio, il salice a me intitolato, subito diventato stoppia al primo inverno. Una vecchia zia arpia, ma a suo modo gentile, istoriata dalle rughe, nella casa piena di oggetti devozionali di Padre Pio e della Madonna D’Incoronata. Debbo dire tutti drammaturgicamente belli. Quello della zia, durante le preghiere, erano di un ardore incontenibile; contraeva lo spazio con le sue nenie, il rosario sembrava riempirsi di sangue nella sua voluttà del martirio. L’espressione fusa di dolore, sublime e malinconica come le Madonne infallibili.

Risalgo la strada impervia e solitaria, alzo lo sguardo verso le cose. Ma non riescono più ad interessarmi, per colpa dell’irruzione di una immagine di Clodia slanciata nei tacchi alti ma non vertiginosi, giusti; lei sempre molto bella, capelli a caschetto Parigi anni venti e maglione nero nichilista, gli occhi grandi e lucenti come nei cieli arcadici dipinti da Marco Ricci. È incredibile come una persona possa rapirti o annientarti. Tra gli uomini sembra normale annientarsi e creare la gerarchia.

Clodia esiste o è una di quei fottuti ologrammi al laser che prospettano tanta felicità ai nerd? Lei è sempre più bella ma il suo volto ora è un battito calmo e distante. La sento vicino che grida, a volte piange, poverina, vorrei baciarle le labbra, il seno, il pancreas – sì, anche il pancreas, voglio che sia uno scambio totalizzante.

Piango sempre più forte, lo faccio per imparare, tu non piangi, ma ti graffi e affili il rasoio contro di me. Dove sei, che fai? Sembri avvolta da un sudario di sporcizia. Vieni, entra, la mia stanza è un cubo allagato di luce, deve essere tutto pulito, tutto in ordine.

Ora vivo in un letto bianco inchiodato al pavimento, nessun divano, solo un poster di Nick Cave and The Bad Seeds. Sono intatto, ho i pensieri gelati, ora non posso uscire. Non devo vedere nessuno, il silenzio mi fa paura, a pensarci bene, fa bene alla mia stasi. La mia è carne sprecata. Clodia – la chiamo facendo rimbombare il grido tra le mura della clinica – è tutto il terrestre che possa inventarmi per lubrificare la mia fantasia ovattata dalle medicine. Ogni giorno il letto è spalmato di pianto. Per il mio kairos mancato. Assisto alla mia dissipazione, al mio rompersi.


Michele Paladino vive a Santa Croce di Magliano, in Molise. Sue poesie e racconti sono in diverse riviste letterarie.

Una ragazza (di Fabio Brinchi Giusti)

Il re ha parlato, ieri sera, alla radio. Ha cercato di tranquillizzare il popolo, invitandolo a non aver paura del precipitare degli eventi e al tempo stesso a restare vigili, allerti, attenti. L’invasione può iniziare da un momento all’altro. È ingenuo sperare ancora nella pace. Ciascuno dovrà fare la sua parte, forse solo i bambini ne resteranno fuori, ma anche le loro vite saranno coinvolte.

Il governo ha mobilitato i soldati di leva, i riservisti e anche le riserve delle riserve. I miei fratelli sono già partiti; Luka è stato spedito a nord-est, vicino Spina, in uno dei luoghi più prossimi alla costa nemica, mentre Mahco è in servizio a Atia, sulla costa orientale, in un altro punto delicato. Basta guardare la cartina geografica per capire e non farsi illusioni. Siamo circondati. Ho l’atlante fra le mani, in questo momento, come i generali, e dall’atlante arriva una condanna senza appello. Il nostro piccolo Stato è un’isola grande pressappoco come la Cecoslovacchia. La terraferma non è distante, pochi chilometri ci separano da tre grandi Paesi: il primo, la Dittatura, è quello che vuole attaccarci, e ci guarda da est, da sud e in parte anche da nord. A nord e, per un tratto ad ovest, troviamo la Repubblica, a ovest/sud-ovest, il Regno. La nostra storia di isolani è sempre stata segnata da queste tre potenze che vorrebbero prendere possesso della nostra posizione strategica. Ma ogni volta che una ha provato a sottometterci, le altre si coalizzavano e impedivano alla terza di divorarci. È sempre stata così la nostra storia e sono secoli che ci salviamo grazie a questo equilibrio.

Sono vent’anni che la Dittatura ci lancia provocazioni, reclama pezzi di mare, isolette, ci vorrebbero meno disinvolti e più sottomessi alle loro manie di grandezza. Vogliono prendersi dal confine con i Paesi dei musulmani fino all’Oceano.

Noi siamo un duro ostacolo per la Dittatura. Non tanto militare, sono più forti, quanto simbolico. Rappresentiamo un esempio che mette in crisi la propaganda, siamo la dimostrazione che quelli sbagliati sono loro. Non potevano invaderci, ma hanno finanziato a lungo dei terroristi per seminare il panico, piazzato bombe sui treni o nelle piazze, ucciso innocenti, pestato gli oppositori politici.

Il primo pilastro a cedere è stato il Regno, lo Stato dell’ovest. Nel Regno scoppiò una feroce guerra civile che perdura. Chiaramente uno Stato sconvolto da un duro scontro interno non si preoccupa troppo della politica estera, e così a contendersi la nostra isola rimasero solo la Repubblica e la Dittatura.

Quando parve che la Repubblica stava per abbandonarci al nostro destino, uno dei nostri ministri, Baladier, prese un aereo e corse nella capitale repubblicana. Riuscì a convincere quel governo a non lasciarci soli, a rinnovare la nostra alleanza, perché se la nostra isola crollava, poi sarebbero crollati anche loro. La Dittatura non si sarebbe accontentata di noi. 

E la Repubblica si è lasciata convincere, sono tornati a proteggerci e la Dittatura ha arretrato, ringhiando sempre come un cane rabbioso, domato solo per il momento.

L’accordo fu festeggiato sull’isola con balli e canti nelle strade. Tirammo un gran sospiro di sollievo. Alle successive elezioni parlamentari il partito di Baladier, che è sempre stato uno sputo di partito, ha conquistato la maggioranza dei seggi. Solo tre anni fa…

Ci eravamo illusi. È accaduto qualcosa che neanche Baladier aveva previsto, che nessuno in Europa poteva immaginare. La Repubblica è crollata. Si è sciolta come neve al sole, nell’arco di un niente. L’esercito nemico è entrato nella loro capitale, il Paese è stato diviso a metà e la parte meridionale, quella che ci guarda al di là del mare, è stata occupata dalla Dittatura. Se avete seguito fin qui tutto il ragionamento, capirete che la Dittatura ora ci circonda per tre quarti. E nel Regno sta vincendo la fazione amica della Dittatura.

Ecco perché nessuno si fa più illusioni, tutti sanno che i cannoni e i mitra dei soldati nemici presto saranno qui, fra noi. Esco di casa e mi guardo attorno. Penso che potrebbe essere l’ultima volta che il mio occhio si posa su queste case, questi parchi, queste strade. Lasceranno la statua del re, lì all’angolo con la piazza del mercato?

Passa un bel giovanotto e ora non penso più solo a certi pruriti, ma piuttosto prego che possa salvarsi, perché so (e lo sa anche lui) che potrebbe volare via da un momento all’altro. Di quel ciuffo biondo, di quel viso ossuto, di quei baffetti appena accennati sopra il labbro, di quel passo deciso da attore del cinematografo, di quel concentrato che grida vita e dinamicità, potrebbe non restare più nulla, nemmeno le ossa per il cimitero.

I fidanzati corrono a sposarsi. Si anticipano i tempi, si sale in municipio e nel volgere di pochi minuti si consolida un’unione. Nessuno rimanda senza la certezza di un dopo. Le spose restano incinte subito, i soldati hanno paura di non avere altre occasioni, che potrebbero non tornare, sentono la morte alitare sul collo e provano a lasciare sulla Terra almeno un bambino, un bambino che avrà il viso o gli occhi del padre-eroe.

Io, anche se ho ormai compiuto venticinque anni, non ho né un marito né un promesso sposo. Ho lasciato Mathias da diversi mesi. Il babbo è all’antica ma ha capito. Mathias è violento, arrogante, sgradevole. Una creatura senza interessi e vacua che voleva tombarmi in casa a fare la massaia. E io l’ho lasciato!

Addio!

Per uno come lui, un vero affronto. È venuto ad appostarsi sotto casa intere giornate. Si piazzava sulla panchina che dà sul fiume, sotto la mia finestra, e anche se tenevo gli scuri ben sigillati, potevo sentire comunque i suoi occhi scrutarmi, giudicarmi, condannarmi. Ma io sono più testarda di lui e ho resistito! Ma scendi a parlarci, almeno, mi disse la zia. Non è mica un mostro, insisteva, vorrà solo darti delle rose o dei cioccolatini, cose da cinematografo. No zia, ribattevo, è cattivo, è capace di tutto, anche di portarmi chissà dove e farmi del male. E la zia, taceva.

Il vigliacco sapeva che i miei fratelli erano già lontani e che il babbo, poverino, monco di un piede, non poteva far molto per proteggermi. Prima o poi si stancherà, mi dissi e costretta a fare la reclusa, colsi l’occasione per finire finalmente il malloppone interminabile del Conte di Montecristo.

Si stancò prima lui. Dopo tre giorni d’appostamento, trovammo nella cassetta delle lettere un foglio a me indirizzato da parte di Mathias. Non una lettera d’amore o delle scuse; c’era scritto che aveva provato a vendere la mia verginità agli invasori, ma valevo talmente poco che all’asta aveva rimediato solo due spicci. Con una prova tanto evidente fra le mani, il babbo poté andare dai gendarmi, sporgere denuncia, far valere la sua autorità. Alcuni gentili signori andarono da Mathias e gli intimarono di smetterla se non voleva finire dentro. E Mathias smise.

Oggi, scorgendo questo cielo sfacciatamente limpido di settembre, mi è capitato di pensare anche a lui. La guerra non fa distinzioni e anche lui dovrà difendere i confini. Parlava tanto di maniere forti, uomini nuovi da forgiare, guerra sola igiene del mondo, razze superiori e razze inferiori, bene, ha la sua occasione. In un mondo giusto le guerre dovrebbero farle solo i Mathias, solo loro dovrebbero andare a cercare sul campo di battaglia la realizzazione che non riescono a trovare nella vita. Noi gente pacifica, io, i miei fratelli, il babbo, la zia e tutti gli altri dovremmo essere esonerati. Avere un certificato di non-violenza e continuare a trascorrere le nostre vite felici, con le salite e discese del quotidiano, senza che venga una guerra a sconvolgere tutto, a segnare un prima e un dopo, a sospendere e rinviare.

Ma così non è. Nessuno può sfuggire a quello che sta per accadere. Vedo il babbo, poverino, agitarsi inquieto perché lui con il suo monopiede può fare davvero poco. Ha messo la bandiera al balcone e sta con l’orecchio fisso sulla radio sempre accesa. La dichiarazione di guerra può arrivare da un momento all’altro. La zia è entrata nel comitato di quartiere e sta sistemando il parchetto della piazza per farne un orto di guerra. Coltiveranno verdure che crescono in fretta, cibo prezioso che potrà essere utile nei mesi che ci aspettano. Io, che so ticchettare la tastiera di una macchina da scrivere rapida come una mitraglietta in azione, ho chiesto al governo di poter lavorare come dattilografa. Hanno accettato al volo. Siamo volontarie anche noi, come i soldati, riceveremo qualcosa quando ci sarà del denaro, a guerra finita, a vittoria – se il Cielo vuole – ottenuta. Ci passeranno il pranzo, rancio per soldati, ma nei prossimi tempi la fame stringerà lo stomaco e quel che viene è benedetto.

Cammino sul viale elegante, verso al porto militare. Sarò operativa lì per il momento, all’archivio della Marina. Il porto della nostra città è il più importante dello Stato. Sorgiamo dirimpettai alla Dittatura e qui, nei lunghi anni di ripicche e provocazioni che ci hanno preceduto, il governo ha concentrato una parte consistente della flotta. Quando la Dittatura attaccherà, le navi partiranno e proveranno a fermarli. Sono ore febbrili. Le teste d’uovo della Marina sono al piano superiore al mio e pensano e ripensano a cosa possiamo fare con quel che abbiamo a disposizione. Armi più potenti delle loro non ne abbiamo, i nostri soldati sono meno dei loro, siamo circondati e senza più amici. Ma la resa è un lusso che non possiamo avere.

La nostra isola, con i suoi difetti, è pur sempre una piccola democrazia dove tutti possono esprimere la propria opinione e nessuno viene incarcerato se ha idee diverse dalla maggioranza. Alcuni esuli della Dittatura sono venuti a vivere da noi e hanno raccontato nei libri e nei giornali come funziona dall’altra parte. Se non sei allineato, se hai un tuo pensiero, arriva la polizia a casa, ti picchiano o ti fanno ingurgitare del disgustoso olio di ricino. I più ostinati sono spediti lontano da ogni contesto civile, su remoti paesini di montagna o su isolotti desertici, a scoppiare di solitudine. Tanti, poi, vengono uccisi e torturati. La Dittatura e Mathias si somigliano, fanno discorsi simili, parlano di razze perfette e dicono di voler disinfettare (usano proprio il termine solitamente riservato ai germi) il pianeta dai più deboli ed emarginati.

Non mi piace proprio la Dittatura e confido che l’isola saprà tirare fuori l’ingegno e la necessaria astuzia per vincere questa guerra impari.

Sono arrivata al porto, intanto. Il meteo non sembra risentire dell’ansia pre-bellica ed è una magnifica giornata serena. Il mare brilluccica sotto il sole, le grosse navi verdi ballano in lontananza sulla cresta dell’onda.

Mi avvicino al cancello, sento i gabbiani e gli altri volatili del mare, la piazza vuota, una voce dietro di me:

«Mineota, mineota!»

Che nella nostra lingua vuol dire puttana, sgualdrina.

L’ho riconosciuto e vorrei non voltarmi, accelerare il passo, entrare e rifugiarmi oltre il cancello dove è pieno di militari armati. Come può essere da queste parti? Con tutti i giovani al fronte?


Fabio Brinchi Giusti è nato nel 1990. Ha pubblicato il romanzo di fantascienza Colpo di stato su un asteroide (2018) e la raccolta di racconti horror e weird 2007. Attualmente vive a Bologna.

Carne (di Federico Di Gregorio)

Cade un anello dalla scrivania. Scivola da una pila di fogli. Elisa guarda l’orologio. Si sente il trillo di Skype. Boris risponde. Esce fuori un ragazzo: «La strada è in tilt». Elisa si avvicina. «Vasyl si volta, tira calci al bidone della spazzatura. Vedo una massa di giallo, che esplode. Vasyl mette le mani in faccia. Ha un tatuaggio sul braccio. Ci sono i giornali lasciati a terra dagli impiegati.» Il ragazzo ha i capelli spessi, turchini, folti, gli occhi neri. «Svolta un bambino, in sella a una bici. Vasyl è davanti al negozio di televisori. Gli apparecchi proiettano film.» Lo psichiatra indica la maglia bianca, strappata, i tagli. «Guardo la scritta assurda, in piazza; arriva una specie di formicolio: “Ai rifugi antiatomici con ingresso nella metropolitana, con ordine”». Il ragazzo riprende fiato. «Il dito in pixel è verso il sottopassaggio. A Vasyl faccio dei cenni. Le auto saltano pochi centimetri indietro e avanti. Il gas esce dai tubi di scarico. Vasyl sbarra gli occhi, digrigna i denti, gira il viso.»

La notte Boris chiude gli occhi sereno. Sua figlia dorme nella camera davanti, una stanza piena di bianco, in cui ogni cosa ricorda una stella: lampada, divano, coperte, cuscini. Elisa ha sviluppato una passione per quella forma. La sua ossessione è ciò che resta disperso «nella galassia». L’attraggono i pianeti, le costellazioni. Nei cassetti ha decine di modelli. Sulla scrivania ne sorge uno con un cerchio attorno. Elisa non si avvicina, se non per scattargli una foto e metterla su Instagram, per le diverse stagioni che si avvicendano alla finestra. Camera di Boris è semplice. L’armadio era dell’ex moglie, lui lo custodisce senza che nessuna possa aprirlo.

Sentono il campanello. Il rumore rimbomba sulle pareti. La luce del lampione si schianta dalla vetrata dello studio sul piano inferiore, rende la casa colma di effetti d’ombra. Boris si sveglia. Elisa apre le coperte. Il campanello suona di nuovo. Elisa scivola fuori dal letto. Boris intravede le mosse della figlia, guarda il cellulare. Elisa va sotto. Boris si alza. Mette la vestaglia. Esce dalla stanza. Elisa si dirige verso l’ingresso. Prende le scale. Esita ogni due passi, fino alla porta.

«Dài!» esclama lo psichiatra. «Togliti. Aspettami.» Scende veloce e la vestaglia si gonfia. Un lampione ha uno sbalzo. Boris arriva. Scorge una persona, mette la mano destra sulla spalla della figlia, spinge di lato. Si sente uno scroscio d’acqua. Il lampione di fronte ha un altro calo, stavolta per secondi. Elisa torna davanti. Boris si avvicina alla maniglia. Irrompe un rumore. Ferma la mano. Il vicino butta la spazzatura a ora tarda. Boris gira la testa verso il suo appartamento.

«Mi fai entrare?» Il timbro della voce è nascosto dalla pioggia. Elisa afferra le chiavi. Boris si sposta come a voler prendere qualcosa da scaraventare. Fa dei gradini all’indietro. Elisa apre.

«Sei un pessimo parente.» Entra Mordecai. «Sono arrivato ieri per un articolo. Dovevo incontrare uno. Sono andato in albergo, una specie di motel a ore con la moquette che puzza di piscio.» Toglie l’impermeabile, lo mette sul divano. «L’ho incontrato, mi serve il tuo studio.»

«Che?» Boris inizia a tamburellare con le dita sulla balaustra. Dà una lucidata al legno con la vestaglia. Scende dal passamano. Fa un balzo. Punta il soggiorno. Si avvia in modo che le piastrelle toccate siano dispari. Arriva in cucina. Conserva solo la fame nervosa. Apre il frigo. Cade un braccio, tagliato, mancante di un dito, reciso. Il braccio si schianta a terra dopo aver colpito una bottiglia di latte, muove le dita lentamente.

«Dio!» Boris arretra.

Elisa sale in camera. Torna con un bastone per i panni.

«Che vuoi fare?» dice lo psichiatra.

Elisa fa cadere l’arma. Poggia la testa tra le mani.

Boris guarda il vuoto: «Chi ha portato un cadavere, qui?».

«Se tu…» dice Mordecai.

«Non lo so!»

Mordecai prende il telefono.

«Qual è la sua emergenza?»

«C’è un morto. Mio fratello ha trovato… insomma…»

Dalla cornetta si sente: «Lei come si chiama?»

«È casa di Boris Vivaldi.»

«Lo psichiatra della televisione?»

«Collaboratore del Bureau.»

«Indirizzo?»

«106 E *** St.»

Mordecai si mette sul divano.

Un quarto d’ora e bussano alla porta. Elisa va ad aprire: «Venite». Entra il primo poliziotto, anziano, doppio mento, insieme a un giovane collega. Guardano i fratelli. Il gatto scende le scale, Elisa lo afferra. Boris indica l’arto mozzato. L’agente va verso il resto umano. Si abbassa per osservarlo.

Il braccio trema. «Che diavoleria è?» fa l’agente. «Chiama la centrale, cazzo!»

L’altro poliziotto afferra la radio: «Abbiamo risposto a 106 E *** St. Ci sono dei resti. La casa è di un collaboratore del Bureau.»

«Vivaldi?» si sente.

«Sì». L’agente prende i documenti sul tavolino. «Nato a Pescara il 6 marzo del 1955. Residente nella città di ***.»

«Sono del medico?»

«Non identificati.»

Lo psichiatra prende il cellulare. Scrive. Immagina la scena di Malcolm che viene svegliato dal suo messaggio. Abita lì dietro. Boris mette via il telefono e si rivolge all’agente giovane. Va dritto nella zona in cui è abituato a stare, la post-verità. Nessuno come lui riesce a estrapolare da un filo di reale una gigantesca balla. «Il mio vicino è una persona orribile. Va in giro armato. Ne sono certo. Dentro casa ha un arsenale, è fissato, videogiochi, poster. Vive per la guerra e parla solo di morte.»

«Lo ha visto di recente?»

«Elisa, hai visto il nostro vicino?»

«Non lo vedo da mesi.»

«Mia figlia è disattenta.»

L’altro agente si avvicina al frigo. «Questo è suo?» C’è un sacchetto.

Malcolm entra. L’agente chiama il detective del Bureau: «Ecco quello che ci hanno fatto trovare.» Mostra il braccio. Il poliziotto spezza un gambo dei girasoli sul tavolino. Scuote l’arto.

«Avete chiamato la scientifica?» Il detective mette una mano nella tasca interna della giacca.

«Stanno arrivando» dice l’agente. «Non so perché sia qui lei.»

«Si riesce a capire se è di un uomo?» Malcolm tira fuori gli occhiali.

«Pare un maschio, glabro.»

«Credo.» Si abbassa sulle ginocchia, per guardare meglio il resto umano. «Quella busta?» Non si avvicina troppo.

«Sembrano altri resti.»

«Ti posso dire una parola?» Malcolm prende per la spalla lo psichiatra.

Boris non vuole parlargli. In particolare vuole tenere per sé, almeno per il momento, la storia della videochiamata che ha ricevuto su Skype.

«Mi spieghi?» Il detective indica la cucina.

«È venuto a trovarmi mio fratello, in piena notte, e abbiamo aperto il frigo.»

«Hai fatto tu la scoperta?»

«Avevo visto il braccio.»

«Segni di effrazione?»

«No, sembra.»

«Cercherò di accaparrarmi la pratica.»

«Non ho idea di chi…»

«Può essere un atto dimostrativo, ma nessuno vuole fare guerra al Bureau.»

Boris va verso sua figlia. «Stanotte stiamo fuori.»

«Ti pare?»

«Va’ a prendere le tue cose.»

«Sarà uno squilibrato.»

«Direi che è un’idea uscire.»

Elisa sospira. «Ti ricordi quando avevi quella specie di collassi?»

Boris la guarda. «Muoviti, dài.»

«Vorrei averne uno.»

«Lascia il gatto in giardino. Domani lo portiamo dalla zia.»

I «collassi», come li chiama lei, sono iniziati in un giorno agostano. Boris è solito volare in Italia dai parenti, con sua figlia, stanno lì un paio di giorni, immersi nei suoni delle cicale, nella stasi della provincia. Boris è stato travolto come da una randellata.

Boris esce dall’hotel. È sulle prime pagine, che si chiedono se un collaboratore del Bureau abbia subìto una minaccia violenta. Elisa ha deciso di rimanere in stanza. Boris ama scrivere di mattina. Lo fa in luoghi affollati, come un McDonald’s, una tavola calda o una sala da caffè. Si siede al tavolo più discreto. La cameriera arriva, lui chiede dei biscotti, un pancake.

Legge i giornali con l’accuratezza dei monaci certosini. Ogni riga. Non gli sfugge niente di ciò che hanno scritto sulla sua storia. Molti direttori li conosce. Boris ha per la stampa un amore immenso, ereditato dal padre, di mestiere giornalaio, nell’unica edicola di un paesino abruzzese. Del genitore conserva un’opinione eccellente, non ne conosce il motivo: con Mordecai e Isa sono fuggiti da un padrone che per loro aveva immaginato una vita misera.

Boris inizia a mandare messaggi per fare apprezzamenti. La cameriera porta il caffè. La scorrevole si apre. Entra il detective Malcolm. Fa colazione lì, la sala si trova sulla strada che porta al suo ufficio. È un luogo d’incontro tra persone diverse, tra le cravatte di chi va a lavorare nei grattacieli e i maglioni infeltriti dei poliziotti in borghese. Boris li chiama «i luoghi di frontiera». Malcolm ordina, si siede di fronte allo psichiatra. Boris abbassa i giornali.

«Come sta andando?» dice il detective.

«Non dormivo in hotel con mia figlia da anni.»

«È impaurita?» Malcolm toglie la giacca e mette accanto.

«È la persona più intelligente che conoscono.»

«Mia figlia ha paura di ogni cosa.»

«Ho fatto razzia di giornali. Se c’è una cosa che non riesco a contenere è la voglia di ascoltare il mio nome o vederlo scritto.» Boris gli avvicina un quotidiano.

«Cosa dovrei…» Il detective si abbassa per leggere. GLI INVESTIGATORI ESCLUDONO CHE SI POSSA TRATTARE DI UN’AZIONE DELLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA. Rialza la schiena. «Quindi?»

«Avete la malsana idea che sia stato un dilettante.»

«Non ci sono indizi» dice Malcolm.

La cameriera posa un’altra tazza e mette il caffè.

«Non c’è alcun segno di effrazione. Conosco bene casa mia, le uniche finestre per infilarsi sono nello studio.»

«Avevano le chiavi. Chi ne ha?»

«Io e mio fratello.»

«Tua figlia le porta a scuola?»

«Elisa andrebbe in giro per *** a ogni minuto. Quando non ci sono per lavoro, va direttamente da Isa fuori città.»

«Una domestica, un giardiniere?» Il detective afferra dei tovaglioli.

«Non ho nemmeno un’impresa di pulizie.»

«Fammi capire… Tu e Mordecai?»

«Esatto.»

«Lui dove si trovava nei giorni precedenti?»

«Non essere ridicolo… Era in redazione. Sono stato a un convegno cinque giorni. Ero tornato qualche ora prima.» Boris corruga la fronte. «Ho fatto cena e sono rientrato. Puoi verificare, chiama la mia segretaria.»

«Ancora non sappiamo quanto tempo è passato dall’omicidio, il medico legale ci sta lavorando. È difficile risalire all’ora del decesso così.» Malcolm prende il caffè amaro. «Pare che il braccio e gli altri resti siano stati messi nel tuo frigo poco dopo la morte. Si sono conservati. Appartengono alla stessa persona. Sembra che il braccio sia stato tagliato con degli attrezzi da chirurgo.»

«Un professionista.»

«Hai mai avuto dei ferri da chirurgo?»

«Ancora?»

«Ti ho chiesto se ne hai…»

«Odio la morte.»

«Il taglio è stato fatto con precisione, magari da un bravo medico.»

«Non sai di cosa parli» dice Boris.

Il detective fa un sorso e rimette la tazza sul tavolo.

«Hai il coraggio di sospettare di un tuo consulente?»

La cameriera li interrompe. Ha la treccia bionda che le scende sulla spalla. «Ditemi pure.» Malcolm vuole una brioche, Boris dei biscotti e un succo d’arancia. La cameriera scrive sul taccuino, sorride in maniera accentuata a un ragazzo all’ingresso.

«Ti hanno trovato in casa resti di uomo. Non hai assolutamente idea di chi siano. Non ci sono segni di effrazione. Dici che nessuno aveva le chiavi del tuo appartamento. Ti sembra così anomalo che qualcuno sospetti di te?»

«Non ho un movente.»

Malcolm sorride. «Tuo fratello è qui da molti giorni?»

Nella mente di Boris inizia a farsi spazio un’idea. Le chiavi, lo psichiatra, non le lascia in giro. Suo fratello è l’unico ad avere accesso alla casa e quel giorno è stato a ***. Manca il cadavere, il movente. Mordecai, pensa Boris, chissà quanti contatti ha. E c’è la storia della chiamata su Skype. Ci pensa per il tempismo: la notte del ritrovamento, dopo che è stato fuori.

«Mordecai è stato qui per molto tempo?» chiede Malcolm.

Arriva la colazione. Il detective taglia la brioche.

«È stato a *** solo la sera del ritrovamento, per quel che ne so. Ero via. Non ne ho idea.» Boris bagna le labbra. «Non è in grado neanche di guidare perché ha paura di fare male a qualcuno.»

«Ne sei sicuro?»

«Certo.» Si guardano. «Ce l’hai con lui perché ha avuto una relazione con…»

Malcolm sbarra gli occhi. «Mordecai era l’unico ad avere accesso alla casa. Me lo stai dicendo tu. Dici che non c’eri, non ci sei stato, non sai nulla di questa storia. Nessuno oltre te e lui ha la chiave, è ovvio che la seconda ipotesi è tuo fratello.»

Il detective fa un sorso. Mordecai non è un uomo che fonda le sue azioni sull’interesse, mette sempre sé stesso al secondo posto: prima vengono gli altri. Hanno litigato migliaia di volte. Lo psichiatra sostiene che suo fratello debba svegliarsi; perché come può un uomo vivere se non nel culto dei propri interessi? Mordecai gli risponde. Il suo scopo è ignorare i profitti, così sarà in grado di essere felice, senza aspettative, conquiste, e i suoi nemici saranno sempre quelli come lui.

«Senza un cadavere è difficile indagare» dice Boris.

«Quando arriveranno i risultati della scientifica avremo un quadro più chiaro.» Malcolm mette il caffè sul tavolo. «Ci hanno assegnato il caso perché sei nostro collaboratore.»

Mordecai non è in grado di uccidere una persona. Per ammazzare ci vuole ferocia. Sono sempre stati complici, in particolare dal viaggio dall’Italia, da quando a quindici anni hanno deciso di abbandonare l’Abruzzo per fuggire dal padre e di raggiungere a *** la zia. Ogni volta che ripensa a quei giorni, gli passano brividi lungo il corpo, come un serpente gelato che attraversa la pelle e riemerge. Mai ha avuto a che fare con errori di Mordecai. È Boris il disastro, il soggetto poco raccomandabile da dieci anni senza più amici. Sei tu, l’incompreso a giusta ragione, chiamato a una cosa straordinaria: la responsabilità di portare avanti un segreto che ti costerna, un dubbio sulla colonna della tua famiglia, una pulce infilata negli spazi più certi.

«Non posso che dirti di rimanere a disposizione, di non allontanarti da ***, finché qualcosa non verrà scoperto.»

«Come vuoi» dice Boris.

La cameriera torna con la brocca del caffè, sorridente. Il sole le rende gli occhi più chiari, quasi verdi, da un marrone dai riflessi smeraldo nascosti. Ha l’espressione solare, forse per il ragazzo che continua a osservarla. Boris vagheggia sulla cameriera, che sembra non avere più di venticinque anni.

«Professore, oggi abbiamo la crostata di mele.»

IRRUZIONE DI QUATTRO UOMINI ARMATI IN UNA SALA DA CAFFÈ A ***

Entrano quattro uomini. Il primo ha la barba, le orecchie lunghe che emergono dai capelli ispidi; un grumo rosso si staglia vicino all’occhio destro e lascia uscire rivoli di sangue. Indossa una tuta, lancia scintille; un rigo attraversa la gamba sinistra, grasso d’auto o di qualche arnese per il lavoro nei cantieri. Ha uno zigomo tumefatto. Entra per primo. Urla di stare zitti. Nel locale fanno finta di nulla. Lo ripete forte. Stavolta lo ascoltano. L’uomo tira fuori la pistola. Afferra per il fianco una donna seduta vicino all’ingresso. La getta tra le sue braccia, tiene la pistola puntata a turno agli angoli del locale. Gli altri tirano fuori le armi e si apprestano a fare irruzione, dopo aver guardato che in strada non ci sia nessuno. Il secondo uomo è grasso, occhi incavati, carnagione scura, i baffi. Due sembrano gemelli. Fuori dal locale alzano lentamente le pistole. L’uomo con la donna sul petto si volta verso lo psichiatra: «Professore, ci deve seguire».

Boris non ha reazioni. Gli viene da guardare Malcolm. Pensa al proprio archivio, una gigantesca fonte di informazioni. Il detective fa scivolare la mano sotto al tavolo, rapido come un felino. Si sente il bottone della fondina fare un click appannato dalle dita di Malcolm che sgattaiolano per afferrare il calco della pistola e mettere l’indice sul grilletto. Boris continua a esitare.

«Allora, professore?» dice l’uomo.

Boris si alza dal tavolo. Perché vogliono sequestrarlo? Così gli torna in mente il nome dell’uomo, dall’archivio, il suo archivio. Si chiama Vasyl, come la persona descritta nella videochiamata. È di origini ucraine. Vasyl è stato un combattente, Malcolm lo ha indagato per una serie di omicidi. Mordecai lo conosce da tempo, da un’inchiesta giornalistica di dieci anni prima.

Il detective continua a toccare il grilletto. Boris inizia a ricordare. In quel momento, in cui la sua vita sembra avviarsi alla fine, torna indietro. Ha immaginato di morire in una villa dalle pareti e le finestre bianche, di marmo, sulla costa italiana; avrebbe messo i suoi libri in bella vista, per celebrare l’opera della sua esistenza; avrebbe accumulato degli enormi registri in scaffali che racchiudevano l’archivio, di pazienti, rassicurati, guariti negli anni della sua carriera; avrebbe avuto una vista tra piante alte e mare a specchio. Boris capisce di non voler perdere tutto ciò. Ha allora un sussulto, una reazione violenta, un emozionante «collasso».

IRRUZIONE NELLA SALA DA CAFFÈ, ESCLUSO TERRORISMO INTERNAZIONALE

Viene travolto da una randellata alla nuca. Sdraiato a terra rimane con gli occhi sbarrati, scandisce il tempo con gli ansimi, torna in apnea; gli altri lanciano le mani in testa, con le labbra bianche, gli occhi socchiusi. Boris si alza con fatica, si tiene il petto. Tossisce. Zoppica con la sinistra, poi mette la destra. Sta chinato. Fa respiri corti. Ogni tanto ansima. Si rialza con la schiena e va giù, solleva di un centimetro la spalla e rimette basso il braccio, sta chino con la testa e manda gli occhi in alto.

La folla inizia a urlare, cerca riparo tra i tavoli. L’uomo grasso stramazza, sbilanciato dal peso di un ragazzo che gli sviene addosso, la sua pistola cade a terra: rumore secco di ferro, che appena si può udire viste le urla che adesso sono forti come un concerto. I gemelli puntano a destra e a sinistra. Vasyl vede Malcolm che estrae l’arma. Nota l’inarcarsi della spalla prima che il detective superi un tavolo dietro con la pistola in posizione. A Vasyl parte un colpo, d’istinto. Malcolm non ci pensa su. Vede che l’uomo era senza controllo e mira al petto. Al cuore. Il proiettile gli attraversa i ventricoli. Il colpo fa schizzare del sangue all’esterno, va a sbattere sulla faccia della donna in ostaggio. Boris si accascia, dopo aver preso il colpo volante di Vasyl su una mano. Capisce che tutto sta finendo. Dal concerto delle urla che vanno scemando. I due gemelli e gli altri iniziano a correre. Boris, tra i piedi e i gemiti degli ospiti del locale, intravede la guancia sanguinosa della donna presa in ostaggio da Vasyl. Il sangue goccia e si sparge fino all’ingresso della sala da caffè.


Federico Di Gregorio