Review: Due vite, Emanuele Trevi

Eleganza, sprezzatura, vena ironica e arguta, sono questi gli elementi chimici e alchemici che rendono il Due Vite di Emanuele Trevi un libro bellissimo, misterioso e magico. Se dal titolo qualcuno potrà scorgere quell’opaca gravezza plutarchiana, bene, niente di tutto questo. Due vite narra la storia appassionata e tragica di due amicizie “letterarie”, quella dell’autore, Emanuele Trevi, fra gli scrittori italiani ed europei più intessuti di letteratura, più bagnato di eccentricità e stravaganza, e la figura di due scrittori amici, stroncati da morte prematura, Rocco Carbone e Pia Pera. Ispirato dal “dialogo dei morti” di Senza Verso, uscito per Laterza nel 2005, racconto squisitamente flaneuristico pesato dal lutto per la morte del poeta Pietro Tripodo, anch’esso scomparso al crocevia della propria esistenza, e dalla nettissima e implacabile lezione leopardiana, Trevi si apre al mondo concreto dell’amicizia, che è un rapporto che si mostra nel manifestarsi delle debolezze, dei punti di contrasto delle passioni e dell’egoismo. Due Vite è un romanzo di voci e di fantasmi, dove la biografia interiore dei protagonisti non volge mai al compiacimento, anzi, vira verso gli stati di grado drammatico, vuoi per l’amico Rocco verso gli stati bipolari e ossessivi, mentre, per Pia, nella illusoria felicità dei rapporti; per poi confusamente registrare l’inevitabile rovina di ogni rapporto sociale. Nell’ opera di Emanuele Trevi, la narrazione del “male oscuro”, si innesta in una prosa luminosa, la si direbbe spirituale, brillante, ammantata dalla “grazia interiore” di un nume tutelare come Cristina Campo. Eppure, la prosa è terribilmente esposta al gelido distacco tra il narratore e i protagonisti: Trevi sa bene che ogni buona letteratura deve lasciare da parte i buoni sentimenti per muoversi verso regioni di interpretazione simbolica, senza residui o relitti letterari, che il lettore molto accorto potrà scorgere nel “Gioco segreto” di Cesare Garboli sulle immagini fondamentali di Elsa Morante, soprattutto l’ingrandimento della lente, come una sorta di fascinazione minuziosa, per i particolari distruttivi, sadici e “umbratili” del rapporto tra vita e morte, di cui Trevi è una maestro. Oppure, nell’amore per la letteratura, sembrano esserci delle derivazioni dagli “Amici”, Vittorini e Rosai, di un autore poco conosciuto dalle nostre parti, Romano Bilenchi. Due Vite è un romanzo costruito su due centri cardinali: l’amicizia come iniziazione che affonda le sue radici nella vocazione letteraria e il disvelamento esplicitamente masochistica e violenta della complicità affettiva. Altro punto che si cela sotto diversi aspetti, il confine nullo tra la narrazione e l’esperienza vissuta. Rocco Carbone e Pia Pera sono anime incorporee, figure riesumate dall’oblio, non hanno fattezze umane, non cercano redenzione, hanno a che fare con il piacere e il desiderio; perciò il romanzo non ha a che fare con finalità saggistiche, intenzioni perlopiù oggettive, bensì, si carica del principio necessario della narrazione, il fuoco della memoria, la ricerca espressiva delle pulsioni più calamitanti dell’uomo, ovvero la gravitazione nel dolore, nella solitudine, costante ispirazione di uno scrittore come Giuseppe Berto, lo scrittore dell’irrealtà depressiva, con cui Trevi trova numerosi punti di contatto. È un racconto limpido, senza sforzi di sorta – la maestria di un Emilio Cecchi redivivo – mai raffinatamente posticcio artefatto o “furbo”. Il lettore vedrà in esso un romanzo posto oltre la realtà, delle volte crudele come una malattia, tutta un’attesa di un segreto mai svelato: l’inconoscibilità dei rapporti umani.


Michele Paladino vive a Santa Croce di Magliano, in Molise. Sue poesie e racconti sono in diverse riviste letterarie. Ha pubblicato Breviario delle aberrazioni (Fallone Editore, 2021).

Nuove storie: Tre gocce d’acqua, Valentina D’Urbano

Tre persone. Celeste, Pietro, Nadir. Unite e divise. Fratelli e non. Il nuovo romanzo di Valentina D’Urbano, Tre gocce d’acqua, in libreria da oggi primo giugno, edito da Mondadori, ruota attorno a risvolti originali. Celeste e Nadir non sono parenti, hanno lo stesso fratello, Pietro, dell’una da parte di padre e dell’altro da parte di madre. Pietro è grande, dieci anni in più. Quando Celeste, il cui nome è stato suggerito da lui stesso, a otto anni cade e scopre una rara patologia genetica soprannominata «malattia della ossa di vetro», c’è Pietro.

Lucrezia una volta aveva detto che dopo lo sviluppo le mie ossa sarebbero diventate meno fragili, che avrei potuto fare più cose. Non mi aveva detto però che sarebbe successo durante lo sviluppo.

Nadir entra in scena contro chi non è sua sorella. Sembra avere interesse a colpire Celeste nelle sue fragilità. Li devono separare. Si rincontrano quando lei ha tredici anni. Pietro comunica la sua intenzione di partire per il Medio Oriente, inizia una carriera accademica. I tre diventano interdipendenti. Nadir e Celeste si appacificano spinti dalla gelosia e dall’amore per il fratello in comune e dalla malattia di lei. Fino alla scomparsa di Pietro in Siria.

Nadir, come me, non è in grado di amare nessuno, ci siamo contaminati troppo a lungo.

Valentina D’Urbano, al suo settimo romanzo, scrive una storia complessa, con una prosa essenziale e un immaginario da cinematografia.

La prima di JFK

Il 20 gennaio 1960, John Fitzgerald Kennedy, a Washington, pronuncia il discorso d’insediamento della presidenza, la numero trentacinque per gli Stati Uniti d’America. Il giorno dell’anniversario della sua nascita, avvenuta a Brookline il 29 maggio 1917, lo riproponiamo, come pietra miliare della cultura politica progressista dell’Occidente.

Vice presidente Johnson, Signor Presidente, Signor Presidente della Corte Suprema, Presidente Eisenhower, Vice Presidente Nixon, Presidente Truman, reverendo Clero, concittadini:

Quella a cui assistiamo oggi non è la vittoria di un partito ma la celebrazione della libertà, che simboleggia al tempo stesso una fine e un inizio, e che significa rinnovamento e cambiamento. Perché ho pronunciato davanti a voi e davanti a Dio Onnipotente lo stesso giuramento solenne prescritto dai nostri padri poco meno di due secoli fa.
Oggi il mondo è molto diverso. L’uomo detiene nelle proprie mani mortali il potere di abolire tutte le forme di povertà umana ma anche quello di sopprimere tutte le forme di vita umana. Eppure le stesse convinzioni rivoluzionarie per le quali hanno lottato i nostri padri, vale a dire la convinzione che i diritti dell’uomo non provengono dalla generosità dello Stato ma dalla mano di Dio, sono ancora in discussione in tutto il mondo.
Non dobbiamo dimenticare che siamo gli eredi di quella prima rivoluzione. Lasciatemi dire qui e ora, agli amici come ai nemici, che la fiaccola è stata consegnata a una nuova generazione di americani, nata in questo secolo, temprata dalla guerra, disciplinata da una pace dura e amara, orgogliosa della nostra antica eredità, che non vuole permettere la lenta distruzione di quei diritti umani verso i quali questa nazione è da sempre impegnata e verso i quali oggi siamo impegnati in patria e nel mondo.
Che ogni nazione sappia, sia che ci auguri il bene, sia che ci auguri il male, che pagheremo qualsiasi prezzo, sopporteremo qualunque peso, affronteremo ogni difficoltà, aiuteremo qualsiasi amico, affronteremo qualunque nemico pur di assicurare la sopravvivenza e il successo della libertà.
Ci impegniamo a fare tutto questo e molto di più.
Verso i vecchi alleati, con i quali condividiamo le origini culturali e spirituali, ci impegniamo con la lealtà di amici fedeli. Uniti, in un clima di accordo e cooperazione sono poche le cose che non possiamo fare. Divisi, sono poche le cose che possiamo fare, perché non oseremmo lanciare una sfida potente alle avversità e crolleremmo rovinosamente in pezzi.
Ai nuovi Stati ai quali diamo il benvenuto nel novero dei paesi liberi, diamo la nostra parola che non abbiamo posto termine a un controllo coloniale solo perché venisse rimpiazzato da una tirannia ancora più dura. Non ci aspetteremo sempre che appoggino il nostro punto di vista. Ma speriamo di vederli sostenere sempre la loro stessa libertà e che ricordino che, in passato, coloro che cercavano stupidamente il potere cavalcando la tigre, hanno finito per esserne divorati.
Alle persone che nelle capanne e nei villaggi di mezzo mondo lottano per spezzare le catene di una miseria diffusa, promettiamo il nostro massimo sforzo per aiutarli a provvedere a se stessi, non perché i comunisti facciano altrettanto, non perché vogliamo il loro voto, ma perché è giusto. Una società libera che non è in grado di aiutare i molti che sono poveri non riuscirà mai a salvare i pochi che sono ricchi.
Alle repubbliche sorelle a sud dei nostri confini facciamo una promessa speciale, quella di trasformare le nostre parole in buone azioni, in una nuova alleanza per il progresso, di aiutare gli uomini liberi e i governi liberi a spezzare le catene della povertà. Ma questa pacifica rivoluzione della speranza non può diventare preda di potenze ostili. Che tutti i nostri vicini sappiano che ci uniremo a loro nell’opporci all’aggressione o alla sovversione in qualsiasi parte dell’America e che ogni altra potenza sappia che questo emisfero intende rimanere padrone del proprio destino.
All’assemblea di stati sovrani che costituisce le Nazioni Unite, nostra ultima grande speranza in un’era in cui gli strumenti di guerra hanno di gran lunga e rapidamente oltrepassato gli strumenti di pace, rinnoviamo il nostro impegno e il nostro appoggio a impedire che divenga unicamente una tribuna per aspre polemiche, a rafforzarla come scudo dei paesi nuovi e dei paesi deboli e ad ampliare l’area in cui la sua parola può avere valore di legge.
Infine, a quelle nazioni che potrebbero divenire nostre avversarie, offriamo non un impegno, bensì una richiesta: che entrambe le parti inizino ex novo la ricerca della pace, prima che le potenze tenebrose della distruzione scatenate dalla scienza causino l’autoannientamento, deliberato o accidentale, di tutta l’umanità.
Non dobbiamo tentarle con la nostra debolezza, perché solo quando le nostre armi saranno sufficienti potremo essere assolutamente sicuri di non doverle mai impiegare.
Ma due grandi e potenti raggruppamenti di nazioni non possono neppure accontentarsi della situazione attuale, oberati come sono entrambi dal costo delle armi moderne, entrambi giustamente allarmati dal costante diffondersi del mortale potere dell’atomo, eppure entrambi impegnati a competere per modificare quel precario equilibrio del terrore che argina lo scatenarsi dell’ultima guerra dell’umanità.
Ricominciamo, dunque, ricordando da entrambe le parti che un comportamento civile non è segno di debolezza e che la sincerità deve sempre essere provata dai fatti. Non dobbiamo mai negoziare per timore, ma non dobbiamo mai aver timore di negoziare.
Che entrambe le parti esplorino i problemi che le uniscono, anziché dibattere quelli che le dividono.
Che entrambe le parti, per la prima volta, formulino proposte serie e precise per l’ispezione e il controllo degli armamenti e pongano il potere assoluto di distruggere altre nazioni sotto il controllo assoluto di tutte le nazioni.
Che entrambe le parti cerchino di evocare i prodigi della scienza anziché i suoi orrori. Esploriamo insieme le stelle, conquistiamo insieme i deserti, debelliamo le malattie, scrutiamo le profondità degli oceani e incoraggiamo le arti e i commerci.
Che entrambe le parti si uniscano per porre in atto in ogni angolo della terra il comando di Isaia: «sciogliere i legami del giogo… e rimandare liberi gli oppressi».
E se una testa di ponte di collaborazione potrà far arretrare la giungla del sospetto, che entrambe le parti si uniscano in una nuova impresa: nel creare non un nuovo equilibrio di potenza, bensì un nuovo mondo basato sul diritto, in cui i forti siano giusti, i deboli sicuri, e la pace sia preservata.
Tutto ciò non potrà essere portato a termine nei primi cento giorni, né nei primi mille, né nel corso di questa amministrazione, e nemmeno forse nel corso della nostra esistenza su questo pianeta. Tuttavia, mettiamoci all’opera.
Nelle vostre mani, miei concittadini, più che nelle mie, sarà posto il successo finale o il fallimento della nostra opera. Da quando questo paese è stato fondato, ogni generazione di americani è stata chiamata a dare testimonianza della propria lealtà nazionale. Le tombe dei giovani americani che hanno risposto alla chiamata a servire il paese sono sparse per il mondo.
Ora la campana ci chiama ancora una volta, non per portare le armi, anche se ne abbiamo bisogno, non per una battaglia, sebbene siamo già in battaglia, ma per portare il peso di una lunga e oscura lotta, anno dopo anno, «rallegrandoci nella speranza, pazienti nella tribolazione», una lotta contro i nemici comuni dell’uomo: la tirannia, la povertà, le malattie e la stessa guerra.
Possiamo dar vita a una grande alleanza globale, Nord e Sud, Est e Ovest contro questi nemici, in modo da poter assicurare una vita più fruttuosa a tutta l’umanità? Vi unirete a questo sforzo storico?
Nella lunga storia del mondo, solo a poche generazioni è stato garantito il ruolo di difendere la libertà nell’ora del massimo pericolo. Non mi sottraggo a questa responsabilità, anzi, le do il benvenuto. Non credo che qualcuno di noi cambierebbe il suo posto con un altro popolo o con un’altra generazione. L’energia, la fede, la dedizione che porteremo in questo sforzo illuminerà il nostro paese e chi lo serve, e la luce di questo fuoco può davvero illuminare il mondo.
Dunque, miei concittadini americani, non chiedete cosa il vostro paese può fare per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro paese.
Concittadini del mondo, non chiedete cosa l’America può fare per voi, ma cosa possiamo fare, insieme, per la libertà dell’uomo.
Infine, che siate cittadini americani o cittadini del mondo, chiedete a noi gli stessi livelli elevati di forza e di sacrificio che noi chiediamo a voi. Con la coscienza pulita come unico premio, con la storia come giudice finale dei nostri atti, continuiamo a guidare la terra che amiamo, chiedendo a Dio la sua benedizione e il suo aiuto, ma consapevoli che qui sulla Terra il progetto di Dio deve essere anche il nostro.

Sanguina ancora, di Paolo Nori

Che senso hanno pagine e pagine su Fëdor Michajlovič Dostoevskij, nel 2021? Si può parafrasare così l’incipit del nuovo romanzo-biografia dello scrittore emiliano Paolo Nori, dedicato alla letteratura russa e a uno dei suoi più noti esponenti.

Uno scrittore russo, Vasilij Rozanov, descrive Dostoevskij come un arciere nel deserto con una faretra piena di frecce che, se ti colpiscono, esce il sangue.

Nori cerca tra le pagine degli autori migliori, dalla folgorazione per Delitto e Castigo in poi. La Russia del romanzo è quella in cui uno scrittore è una star. Si può bere o mangiare come Tolstoj, restare con gli amici in camera a leggere Gogol come fosse nel contemporaneo una serie Netflix. È un mondo competitivo e realistico. Ma chi è Fëdor Michajlovič Dostoevskij? Un ingegnere senza vocazione, che non può fare a meno della letteratura. Traduce un romanzo ed è un fallimento. Ne scrive uno, Povera gente, ed è un successo. Inizia l’empatia tra le parole e ciò che vive, «succede che anche delle cose che ha scritto, nel passato, si realizzino in futuro». Leggendo prende forma l’idea di un’opera che avvicina la vita dello scrittore russo alla letteratura, quindi a tutti.

Il senso di leggere Dostoevskij io non lo so, so che Dostoevskij, anche se non lo leggiamo, ci ha detto, nelle cose che ha scritto, come siam fatti prima ancora che venissimo al mondo, e poi so, bene o male, cosa è successo a me, quando ho iniziato a leggerlo, Dostoevskij.

Review: Densità, Raffaele Notaro

Castel Carpino, immaginario paese del meridione, è sconvolto. Il giovane nuotatore Filippo, quattordici anni, sale sul trampolino dei tuffi e si lancia nel nulla della piscina vuota.

Inizia così Densità il romanzo d’esordio di Raffaele Notaro, edito da Mondadori. Lo scrittore, che nella vita cura anche il podcast Le Bookoliche, non nasconde nulla sin dalle prime pagine: il suicidio di Filippo è la miccia che fa saltare in aria il paese.

Il paese, colpito a morte da quello schianto, reagisce con la ferocia delle bestie ferite e turbate. Il timido e goffo Gabriele è un ragazzo «problematico», che soffre di una non diagnosticata dislessia, scambiata per svogliatezza dai suoi insegnanti, e diventa il capro espiatorio per la morte del suo inseparabile migliore amico.

Messo sotto accusa dai pettegolezzi e dalle insinuazioni dei suoi compaesani, Gabriele si ritrova costretto dalle circostanze a rivedere e a cercare di capire cosa sia stata la sua amicizia con Filippo, cosa abbia rappresentato per lui, e nel cercare Filippo inizia a cercare sé stesso, l’aver vissuto costantemente all’ombra in una vita che fino a quel momento era stata, come capita spesso a chi è emarginato da bambino, pura sopravvivenza. Ma sarebbe riduttivo considerare Densità come un semplice romanzo sull’amicizia o sulla formazione.

La vera protagonista della storia è piuttosto la vita di paese, le sue severe regole, le paure, le sovrastrutture. Anche se Densità non è un romanzo horror, impossibile non pensare al miglior Stephen King e a certi passaggi di It o Carrie. Anche qui mentre l’occhio dello scrittore si concentra su teenager in lotta per l’affermazione di sé stessi, intorno si scatena il gran ballo degli adulti. E come in King, Notaro osserva senza pietà i genitori, i padri assenti e lontani e le madri ossessive e iperprotettive. Non c’è assoluzione per nessuno di loro, tutti colpevoli. Non c’è assoluzione per le madri degli altri ragazzi, che si affannano a scacciare la paura del mostro scaricando altrove la colpa del suicidio di Filippo. Nessuna assoluzione per la madre di Gabriele, Angela, persona educata che non urla e non dice parolacce, ma nella lotta contro i fantasmi che agitano il sonno della sua famiglia si dimostra disponibile con ogni mezzo. Nessuna assoluzione per la crudele Giuseppina, personaggio da pièce teatrale di Eduardo De Filippo, donna dura il cui cuore non è stato certo ammorbidito dall’età, madre anche lei di Tonino (inserviente della piscina dove Filippo muore), personaggio con un QI inferiore alla media cresciuto senza padre.

Mentre i grandi fanno e disfanno, si azzuffano, lottano, scappano, Gabriele, insieme ai coetanei Lorenzo e Sonia, prova a rimettere insieme i pezzi di un’adolescenza già andata a pezzi, già coperta dall’ombra lunga della tristezza. Per chi è cresciuto in provincia, come il sottoscritto, è difficile non sentirsi preso allo stomaco, afferrato per le caviglie e trascinato di nuovo indietro nel tempo, in certe atmosfere, in certi non detti, sussurri, segreti, in un certo modo di vivere dove i problemi non vengono mai affrontati ma nascosti sotto il tappeto, perché ciò che conta è solo l’apparenza, anche quando questa è carica di menzogne. Non basta neanche fuggire altrove, per salvarsi: la zia di Gabriele, Elide, o la psicologa Antonella, che avevano provato ad andare via, sono dovute rientrare a Castel Carpino, costrette a ritornare nella loro terra da un atavico e ancestrale richiamo.

E mentre i misteri intorno alla morte di Filippo vengono sciolti, una domanda resta sospesa, senza trovare risposta: si lascia mai davvero la provincia?


Fabio Brinchi Giusti è nato nel 1990. Ha pubblicato il romanzo di fantascienza Colpo di stato su un asteroide (2018) e la raccolta di racconti horror e weird 2007. Attualmente vive a Bologna.

E se smettessimo di fingere?

Il pamphlet E se smettessimo di fingere? di Jonathan Franzen, portato in libreria da Einaudi, prosegue la divulgazione di una verità dello scrittore americano sul climate change, dopo la raccolta di saggi La fine della fine della terra e due articoli, uno per il New Yorker e l’altro per il Guardian, criticati dall’establishment climatico. Di fronte all’incendio di Jüterborg in Germania, durante una battuta di birdwatching, da un iniziale atteggiamento freddo nei confronti delle teorie sui cambiamenti del clima, a causa dell’oscuramento del problema della biodiversità, Franzen si ravvede, trova risposte assolute, che si pongono in contrasto con i mantra progressisti, oltreché con il negazionismo imperante tra i repubblicani: non si può fare più nulla, dice, date le condizioni; al massimo limitare il fenomeno. Così il tono dell’articolo, trasformato in breve saggio, è di rottura, come la certezza di una catastrofe climatica, oppure la quotidiana rimozione psicologica degli abitanti della Terra. Troppo lontano come problema. Troppo grande.

La lotta per tenere a freno le emissioni globali di anidride carbonica e impedire lo scioglimento del pianeta fa pensare a un racconto di Kafka

La svolta della vicenda gira attorno a un numero. I gradi di aumento oltre i quali si raggiungerà il punto di non ritorno sono un paio. Se non si azzerano le emissioni entro tre decenni, dicono alcuni scienziati, il processo è irreversibile. Quella crescita non scenderebbe e ci sarebbe una catastrofe climatica. Franzen ne scrive in senso pessimista, «umanista» e forse provocatorio, o forse no.

Sotto questo aspetto, ogni movimento verso una società più giusta e civile può essere considerato un’azione significativa per il clima. […] Per sopravvivere all’aumento delle temperature ogni sistema, naturale o umano, dovrà essere il più forte e sano possibile.

Fervore (di Michele Paladino)

L’idea del sesso in macchina con Clodia non mi piaceva neanche un po’. Era un’idea balzana, una vera idiozia. Ho lasciato perdere. Lei era bella, splendeva nella sua camicetta logora tipica da intellettuale degli anni settanta, bisogna dirlo, riusciva a farmelo rizzare anche solo parlando di vecchi poeti ungheresi morti di setticemia in qualche vecchio kolchoz, insomma, roba da farci un pensierino. E comunque niente da fare: le interminabili premesse a una serata da profumi tipici, di luoghi comuni occidentali: amanti polimorfi, sentimenti falsati, mi fanno lo stesso effetto del Serpax. Crisi respiratoria. Depressione. Morte. In poche parole: la vita di tutti i giorni.

Sono le tre del pomeriggio e sono chiuso nella mia stanza del quartiere più povero di tutta la città. Mi rannicchio per terra, penso sempre a Clodia. Cosa starà facendo adesso? Sono sicuro, sarà chiusa in bagno a guardarsi i peletti biondi! Cosa faccio, la chiamo? Mi ama, forse? Ma cosa gli dico? Oh, sì, certo, che quella sera non avevo voglia di farlo in macchina… no… Mi vergogno! Sono ossessionato da lei? Sono una brava persona, la chiamo e mi scuso. Sì, sì. Penso sempre a lei. Non è il solito pensierino, quella sera lei ha insistito e io come un coglione me ne sono tornato a casa. Dovrei smetterla di leggere i libri in paraffina tanto belli.

Sono qui spezzato come un giunco sotto l’acqua. C’è chi amando, manda i suoi pensieri a sbattere sempre sulle ombre di malinconia, sono tutti spacciati, spacciati senza dignità, tutti chiusi nella spirale fottuta di amori alati e sognanti. Più grande è l’amore, maggiore è la tendenza a idealizzare amori da pellicole sfigate francesi dal colore delle scenografie sbiadite. Questa ipotesi è la prima presa in considerazione dagli sfigati romantici dalle tendenze colte. Io scelgo altro: fagocitarsi e finirsi. Mi abbandono alle allegorie estreme, non cambio mai, non cresco. Nell’arco degli anni riceviamo sempre i soliti inviti al crescere, gente istruita, concentrata, rigorosa, come posso spiegare loro che crescere è una inutile implorante misericordia?

Mi è sempre parso che sgomitare non avrebbe poi senso, come l’apparire. L’apparire, questa piaga, questa scemenza fatta passare per dovere, dovrebbe essere messa fuori legge insieme a tutto l’esercito di uomini destrutturati dai mezzi dell’imbecillità di massa. Cosa stavo dicendo?  Ah, Clodia. La mia Virago. Ma anche legione di Erinni. La sua voce potente e autorevole, la carnagione malata da memorie del Guercino, è una tela di pregiata fattura. Clodia è la suprema mediatrice, dove vive l’estatico e il disarmato, l’apollineo e il dionisiaco, il Kairos.

Ha lo sguardo di una vetrata di Chiesa. Dico io, ha la bellezza di corrusco sfondo bizantino, intonaco scrostato e le piccole figurine che si intravedono tra le rovine mutile. È un Magnificat. Una Resurrezione. Un veleggiare tra i lampi di tempesta. Come sempre, esagero con il dosaggio dei farmaci.

A sera esco di casa e via per le stradine del mio paese che sembra, sempre più, a un set di Twin Peaks fatto passare, per eccesso di sentimentalismo, a borgo di provincia. Le città, i nostri paesi, sono diventati gli arcipelaghi della nostra alienazione. Crollata ogni forma di valore, sottratta ogni lanterna della fantasia, le case sembrano di cenere. Quanti ricordi tra queste vie fatte di pietre aguzze e sdentate, i primi baci raggomitolati nelle dentature irregolari, i primi innamoramenti – prima di Clodia sono stati pochi e tutti ripugnanti –, il salice piantato nel giardino delle nascite dall’addetto comunale, il mio, il salice a me intitolato, subito diventato stoppia al primo inverno. Una vecchia zia arpia, ma a suo modo gentile, istoriata dalle rughe, nella casa piena di oggetti devozionali di Padre Pio e della Madonna D’Incoronata. Debbo dire tutti drammaturgicamente belli. Quello della zia, durante le preghiere, erano di un ardore incontenibile; contraeva lo spazio con le sue nenie, il rosario sembrava riempirsi di sangue nella sua voluttà del martirio. L’espressione fusa di dolore, sublime e malinconica come le Madonne infallibili.

Risalgo la strada impervia e solitaria, alzo lo sguardo verso le cose. Ma non riescono più ad interessarmi, per colpa dell’irruzione di una immagine di Clodia slanciata nei tacchi alti ma non vertiginosi, giusti; lei sempre molto bella, capelli a caschetto Parigi anni venti e maglione nero nichilista, gli occhi grandi e lucenti come nei cieli arcadici dipinti da Marco Ricci. È incredibile come una persona possa rapirti o annientarti. Tra gli uomini sembra normale annientarsi e creare la gerarchia.

Clodia esiste o è una di quei fottuti ologrammi al laser che prospettano tanta felicità ai nerd? Lei è sempre più bella ma il suo volto ora è un battito calmo e distante. La sento vicino che grida, a volte piange, poverina, vorrei baciarle le labbra, il seno, il pancreas – sì, anche il pancreas, voglio che sia uno scambio totalizzante.

Piango sempre più forte, lo faccio per imparare, tu non piangi, ma ti graffi e affili il rasoio contro di me. Dove sei, che fai? Sembri avvolta da un sudario di sporcizia. Vieni, entra, la mia stanza è un cubo allagato di luce, deve essere tutto pulito, tutto in ordine.

Ora vivo in un letto bianco inchiodato al pavimento, nessun divano, solo un poster di Nick Cave and The Bad Seeds. Sono intatto, ho i pensieri gelati, ora non posso uscire. Non devo vedere nessuno, il silenzio mi fa paura, a pensarci bene, fa bene alla mia stasi. La mia è carne sprecata. Clodia – la chiamo facendo rimbombare il grido tra le mura della clinica – è tutto il terrestre che possa inventarmi per lubrificare la mia fantasia ovattata dalle medicine. Ogni giorno il letto è spalmato di pianto. Per il mio kairos mancato. Assisto alla mia dissipazione, al mio rompersi.


Michele Paladino vive a Santa Croce di Magliano, in Molise. Sue poesie e racconti sono in diverse riviste letterarie.

Il mondo possibile di David Grossman

La raccolta di saggi e discorsi di David Grossman Sparare a una colomba, pubblicata da Mondadori a gennaio, ha più dimensioni, relative. C’è una realtà personale, l’analisi efficiente della porta interiore, come per una narrazione romanzesca, estrapolata dal contesto. E c’è la riproduzione verbale dell’impegno politico, afflato inevitabile, almeno per alcuni scrittori. Grossman non sembra preoccupato di mettere in pericolo le sue storie – specifica alla fine della prefazione –, tanto è maggiore lo scopo e la finalità del suo dibattito, che ha inevitabilmente uno sguardo rivolto al passato, recente e meno, e ai mondi della contemporaneità. Rimanda alla domanda a sé, a tutti, cosa avrei fatto?, come metodo per comprendere ciò che si allontana nel tempo.

Una volta un giornalista gli si avvicinò e gli domandò in tono cinico: «Lei pensa davvero che stando qui cambierà il mondo?». «Cambiare il mondo?» esclamò l’uomo sorpreso. «Ovvio che no. Io voglio solo essere sicuro che il mondo non cambi me.»

Racconto questo aneddoto ogni volta che mi si chiede perché da decenni parlo e scrivo della necessità di arrivare a una pace tra Israele e i suoi vicini.

Ma oggi, nell’accingermi a redigere la prefazione di questa raccolta di articoli e conferenze, ho improvvisamente avuto la sensazione che la risposta di quel saggio americano non fosse quella giusta per me.

Dà indizi precisi, perché uno spazio di libertà, di individualità, in qualunque situazione, c’è e c’è stato. Parla di post-vero e i suoi protagonisti, esibendolo come «un’accozzaglia di sensazioni, di desideri, di paure, di pregiudizi e di istinti». Si rivolge ai popoli, i palestinesi e i tedeschi ma non solo, spesso ragiona sull’approccio del suo Israele, mentale prima che politico. Disegna, sempre nell’ambito del ragionamento sulla post-verità, uno spazio per la letteratura, che «al suo meglio, può portarci a toccare le fondamenta della comprensione, dell’intuizione e dell’esperienza umana». Manda al lettore (l’ascoltatore, spesso) una serie di input, strali di verità che servono a confezionare un’idea più complessa, nella migliore delle ipotesi concreta. Come nell’ultimo articolo ripreso, in tempi di Covid-19, di pandemia, quando lascia la speranza che si possa avverare un mondo migliore, almeno dopo l’ingerenza del virus.

Review: Ohio, Stephen Markley

In una storia due elementi possono essere particolarmente evocativi: un funerale e l’adolescenza. A essere rispettabile è anche la ricerca del grande romanzo americano. Esiste chi ama l’ostinazione, da isolato supporter dei topos letterari più bistrattati; sbirciando però tra le recensioni, quelle dei lettori di ogni tempo, tra le opinioni di mezzo, c’è da rilevare che alcune colonne classiche del romanzo descrittivo dell’America, della storia che si aspetta per comprendere un Paese variopinto dal luogo comune perfetto a esserlo o meno, sono strutture rese impopolari dalla lontananza. Ne sono varie, come l’ambiente allegorico e retrogrado, le attese sociali, la guerra lontana, l’aspetto esacerbato dello sport. Mentre negli Us scatta l’amore trasmesso per il racconto familiare, critico, patriottico, filo che tiene insieme una tradizione grazie alla quale sopravvive, in Europa può essere percepito come solito. Ohio di Stephen Markley vive di questa carica, a seconda del pubblico riuscita o meno, in entrambi i mondi. Indovina il senso del thriller contemporaneo, demolitore di regole singolari, tanto da partecipare a rendere faticosa, sempre più, la caratterizzazione dei generi.

Il feretro non conteneva nessuna salma. La bara Star Legacy modello Platinum Rose in acciaio calibro 18, in prestito dal Walmart locale, era solo ricoperta da una grande bandiera americana.

L’inizio è un volo cinematografico sulla cittadina di New Canaan, sul suo inevitabile funerale di punta, quello di Rick Brinklan. Il romanzo si apre con una bara vuota e una «grande bandiera americana». È il 2007, gli Stati Uniti fanno i conti da tempo con l’11 settembre del 2001 e le conseguenze da esso innescate. Alla parata qualcuno risulta assente, come l’autore precisa nel momento più significativo del preludio: «Bill Ashcraft e Porno Tina. Stacey Moore, ex campionessa di pallavolo ed ex seguace della First Christian Church. Un ragazzo di nome Danny Eaton che era ancora sotto le armi in Iraq, qualche anno prima di perdere uno dei suoi begli occhi nocciola. Ognuno di loro era assente per ragioni personali, e un giorno tutti quanti sarebbero tornati». La storia si concentra su dieci membri di una classe liceale, già celebrità del Rust Belt il cui destino è andato lontano dai piani, radicati sulle certezze dell’adolescenza. Quattro punti di vista sono il racconto, Bill, Stacey, Dan, Tina; vivono sinergie simili, narrazioni singolari, che si sfiorano, rimangono, urtano, come nella vita reale. Bill Ashcraft, ex campioncino di pallacanestro, è stato attivista politico, pacifista, progressista, speculare e opposto a Rick, una volta anche sul fronte amoroso. Si trova a trent’anni ad avere l’esistenza devastata da alcol e droga, da speranze ridimensionate. Ricompare a New Canaan per consegnare un enigmatico pacchetto all’ex ragazza di Rick, così incontra il proprio luogo d’origine diverso, peggiorato negli anni fino a divenire rassicurante. Torna per un motivo, rivolto al passato. Come Dan Eaton, reduce dall’Iraq, lì per vedere Haley Kowalczyk, sua ex fidanzata. Come Tina Ross, già cheerleader della squadra del liceo, ritornata per parlare con Todd, giocatore di football che le aveva fatto vivere un dramma. Come Stacey Moore, riapparsa nella cittadina immaginaria dell’Ohio per Lisa, la ragazza con cui ha scoperto il proprio orientamento sessuale. Intrecci, sottotrame e attese presentano in collezione gli stereotipi dei teenager americani, plurirappresentati in libri e serie televisive, in un microcosmo che racconta e dialoga dell’America intera di alcuni decenni.


Federico Di Gregorio

Bukowski

E così vorresti fare lo scrittore?
Se non ti esplode dentro
a dispetto di tutto,
non farlo
a meno che non ti venga dritto
dal cuore e dalla mente e dalla bocca
e dalle viscere,
non farlo.

se devi startene seduto per ore
a fissare lo schermo del computer
o curvo sulla macchina da scrivere
alla ricerca delle parole,
non farlo.

se lo fai solo per soldi o per fama,
non farlo
se lo fai perché vuoi
delle donne nel letto,
non farlo.

Se devi startene lì a
scrivere e riscrivere,
non farlo.
se è già una fatica il solo pensiero di farlo,
non farlo.
se stai cercando di scrivere come qualcun altro,
lascia perdere.

se devi aspettare che ti esca come un ruggito,
allora aspetta pazientemente.
se non ti esce mai come un ruggito,
fai qualcos’altro
se prima devi leggerlo a tua moglie
o alla tua ragazza o al tuo ragazzo
o ai tuoi genitori o comunque a qualcuno,
non sei pronto.

non essere come tanti scrittori,
non essere come tutte quelle migliaia di
persone che si definiscono scrittori,
non essere monotono o noioso e
pretenzioso, non farti consumare dall’autocompiacimento

le biblioteche del mondo
hanno sbadigliato
fino ad addormentarsi per tipi come te
non aggiungerti a loro
non farlo
a meno che non ti esca
dall’anima come un razzo,
a meno che lo star fermo
non ti porti alla follia o
al suicidio o all’omicidio,
non farlo
a meno che il sole dentro di te stia
bruciandoti le viscere,
non farlo.
quando sarà veramente il momento,
e se sei predestinato,
si farà da sé e continuerà finché tu morirai o morirà in te.

non c’è altro modo
e non c’è mai stato.

—Charles Bukowski

Una ragazza (di Fabio Brinchi Giusti)

Il re ha parlato, ieri sera, alla radio. Ha cercato di tranquillizzare il popolo, invitandolo a non aver paura del precipitare degli eventi e al tempo stesso a restare vigili, allerti, attenti. L’invasione può iniziare da un momento all’altro. È ingenuo sperare ancora nella pace. Ciascuno dovrà fare la sua parte, forse solo i bambini ne resteranno fuori, ma anche le loro vite saranno coinvolte.

Il governo ha mobilitato i soldati di leva, i riservisti e anche le riserve delle riserve. I miei fratelli sono già partiti; Luka è stato spedito a nord-est, vicino Spina, in uno dei luoghi più prossimi alla costa nemica, mentre Mahco è in servizio a Atia, sulla costa orientale, in un altro punto delicato. Basta guardare la cartina geografica per capire e non farsi illusioni. Siamo circondati. Ho l’atlante fra le mani, in questo momento, come i generali, e dall’atlante arriva una condanna senza appello. Il nostro piccolo Stato è un’isola grande pressappoco come la Cecoslovacchia. La terraferma non è distante, pochi chilometri ci separano da tre grandi Paesi: il primo, la Dittatura, è quello che vuole attaccarci, e ci guarda da est, da sud e in parte anche da nord. A nord e, per un tratto ad ovest, troviamo la Repubblica, a ovest/sud-ovest, il Regno. La nostra storia di isolani è sempre stata segnata da queste tre potenze che vorrebbero prendere possesso della nostra posizione strategica. Ma ogni volta che una ha provato a sottometterci, le altre si coalizzavano e impedivano alla terza di divorarci. È sempre stata così la nostra storia e sono secoli che ci salviamo grazie a questo equilibrio.

Sono vent’anni che la Dittatura ci lancia provocazioni, reclama pezzi di mare, isolette, ci vorrebbero meno disinvolti e più sottomessi alle loro manie di grandezza. Vogliono prendersi dal confine con i Paesi dei musulmani fino all’Oceano.

Noi siamo un duro ostacolo per la Dittatura. Non tanto militare, sono più forti, quanto simbolico. Rappresentiamo un esempio che mette in crisi la propaganda, siamo la dimostrazione che quelli sbagliati sono loro. Non potevano invaderci, ma hanno finanziato a lungo dei terroristi per seminare il panico, piazzato bombe sui treni o nelle piazze, ucciso innocenti, pestato gli oppositori politici.

Il primo pilastro a cedere è stato il Regno, lo Stato dell’ovest. Nel Regno scoppiò una feroce guerra civile che perdura. Chiaramente uno Stato sconvolto da un duro scontro interno non si preoccupa troppo della politica estera, e così a contendersi la nostra isola rimasero solo la Repubblica e la Dittatura.

Quando parve che la Repubblica stava per abbandonarci al nostro destino, uno dei nostri ministri, Baladier, prese un aereo e corse nella capitale repubblicana. Riuscì a convincere quel governo a non lasciarci soli, a rinnovare la nostra alleanza, perché se la nostra isola crollava, poi sarebbero crollati anche loro. La Dittatura non si sarebbe accontentata di noi. 

E la Repubblica si è lasciata convincere, sono tornati a proteggerci e la Dittatura ha arretrato, ringhiando sempre come un cane rabbioso, domato solo per il momento.

L’accordo fu festeggiato sull’isola con balli e canti nelle strade. Tirammo un gran sospiro di sollievo. Alle successive elezioni parlamentari il partito di Baladier, che è sempre stato uno sputo di partito, ha conquistato la maggioranza dei seggi. Solo tre anni fa…

Ci eravamo illusi. È accaduto qualcosa che neanche Baladier aveva previsto, che nessuno in Europa poteva immaginare. La Repubblica è crollata. Si è sciolta come neve al sole, nell’arco di un niente. L’esercito nemico è entrato nella loro capitale, il Paese è stato diviso a metà e la parte meridionale, quella che ci guarda al di là del mare, è stata occupata dalla Dittatura. Se avete seguito fin qui tutto il ragionamento, capirete che la Dittatura ora ci circonda per tre quarti. E nel Regno sta vincendo la fazione amica della Dittatura.

Ecco perché nessuno si fa più illusioni, tutti sanno che i cannoni e i mitra dei soldati nemici presto saranno qui, fra noi. Esco di casa e mi guardo attorno. Penso che potrebbe essere l’ultima volta che il mio occhio si posa su queste case, questi parchi, queste strade. Lasceranno la statua del re, lì all’angolo con la piazza del mercato?

Passa un bel giovanotto e ora non penso più solo a certi pruriti, ma piuttosto prego che possa salvarsi, perché so (e lo sa anche lui) che potrebbe volare via da un momento all’altro. Di quel ciuffo biondo, di quel viso ossuto, di quei baffetti appena accennati sopra il labbro, di quel passo deciso da attore del cinematografo, di quel concentrato che grida vita e dinamicità, potrebbe non restare più nulla, nemmeno le ossa per il cimitero.

I fidanzati corrono a sposarsi. Si anticipano i tempi, si sale in municipio e nel volgere di pochi minuti si consolida un’unione. Nessuno rimanda senza la certezza di un dopo. Le spose restano incinte subito, i soldati hanno paura di non avere altre occasioni, che potrebbero non tornare, sentono la morte alitare sul collo e provano a lasciare sulla Terra almeno un bambino, un bambino che avrà il viso o gli occhi del padre-eroe.

Io, anche se ho ormai compiuto venticinque anni, non ho né un marito né un promesso sposo. Ho lasciato Mathias da diversi mesi. Il babbo è all’antica ma ha capito. Mathias è violento, arrogante, sgradevole. Una creatura senza interessi e vacua che voleva tombarmi in casa a fare la massaia. E io l’ho lasciato!

Addio!

Per uno come lui, un vero affronto. È venuto ad appostarsi sotto casa intere giornate. Si piazzava sulla panchina che dà sul fiume, sotto la mia finestra, e anche se tenevo gli scuri ben sigillati, potevo sentire comunque i suoi occhi scrutarmi, giudicarmi, condannarmi. Ma io sono più testarda di lui e ho resistito! Ma scendi a parlarci, almeno, mi disse la zia. Non è mica un mostro, insisteva, vorrà solo darti delle rose o dei cioccolatini, cose da cinematografo. No zia, ribattevo, è cattivo, è capace di tutto, anche di portarmi chissà dove e farmi del male. E la zia, taceva.

Il vigliacco sapeva che i miei fratelli erano già lontani e che il babbo, poverino, monco di un piede, non poteva far molto per proteggermi. Prima o poi si stancherà, mi dissi e costretta a fare la reclusa, colsi l’occasione per finire finalmente il malloppone interminabile del Conte di Montecristo.

Si stancò prima lui. Dopo tre giorni d’appostamento, trovammo nella cassetta delle lettere un foglio a me indirizzato da parte di Mathias. Non una lettera d’amore o delle scuse; c’era scritto che aveva provato a vendere la mia verginità agli invasori, ma valevo talmente poco che all’asta aveva rimediato solo due spicci. Con una prova tanto evidente fra le mani, il babbo poté andare dai gendarmi, sporgere denuncia, far valere la sua autorità. Alcuni gentili signori andarono da Mathias e gli intimarono di smetterla se non voleva finire dentro. E Mathias smise.

Oggi, scorgendo questo cielo sfacciatamente limpido di settembre, mi è capitato di pensare anche a lui. La guerra non fa distinzioni e anche lui dovrà difendere i confini. Parlava tanto di maniere forti, uomini nuovi da forgiare, guerra sola igiene del mondo, razze superiori e razze inferiori, bene, ha la sua occasione. In un mondo giusto le guerre dovrebbero farle solo i Mathias, solo loro dovrebbero andare a cercare sul campo di battaglia la realizzazione che non riescono a trovare nella vita. Noi gente pacifica, io, i miei fratelli, il babbo, la zia e tutti gli altri dovremmo essere esonerati. Avere un certificato di non-violenza e continuare a trascorrere le nostre vite felici, con le salite e discese del quotidiano, senza che venga una guerra a sconvolgere tutto, a segnare un prima e un dopo, a sospendere e rinviare.

Ma così non è. Nessuno può sfuggire a quello che sta per accadere. Vedo il babbo, poverino, agitarsi inquieto perché lui con il suo monopiede può fare davvero poco. Ha messo la bandiera al balcone e sta con l’orecchio fisso sulla radio sempre accesa. La dichiarazione di guerra può arrivare da un momento all’altro. La zia è entrata nel comitato di quartiere e sta sistemando il parchetto della piazza per farne un orto di guerra. Coltiveranno verdure che crescono in fretta, cibo prezioso che potrà essere utile nei mesi che ci aspettano. Io, che so ticchettare la tastiera di una macchina da scrivere rapida come una mitraglietta in azione, ho chiesto al governo di poter lavorare come dattilografa. Hanno accettato al volo. Siamo volontarie anche noi, come i soldati, riceveremo qualcosa quando ci sarà del denaro, a guerra finita, a vittoria – se il Cielo vuole – ottenuta. Ci passeranno il pranzo, rancio per soldati, ma nei prossimi tempi la fame stringerà lo stomaco e quel che viene è benedetto.

Cammino sul viale elegante, verso al porto militare. Sarò operativa lì per il momento, all’archivio della Marina. Il porto della nostra città è il più importante dello Stato. Sorgiamo dirimpettai alla Dittatura e qui, nei lunghi anni di ripicche e provocazioni che ci hanno preceduto, il governo ha concentrato una parte consistente della flotta. Quando la Dittatura attaccherà, le navi partiranno e proveranno a fermarli. Sono ore febbrili. Le teste d’uovo della Marina sono al piano superiore al mio e pensano e ripensano a cosa possiamo fare con quel che abbiamo a disposizione. Armi più potenti delle loro non ne abbiamo, i nostri soldati sono meno dei loro, siamo circondati e senza più amici. Ma la resa è un lusso che non possiamo avere.

La nostra isola, con i suoi difetti, è pur sempre una piccola democrazia dove tutti possono esprimere la propria opinione e nessuno viene incarcerato se ha idee diverse dalla maggioranza. Alcuni esuli della Dittatura sono venuti a vivere da noi e hanno raccontato nei libri e nei giornali come funziona dall’altra parte. Se non sei allineato, se hai un tuo pensiero, arriva la polizia a casa, ti picchiano o ti fanno ingurgitare del disgustoso olio di ricino. I più ostinati sono spediti lontano da ogni contesto civile, su remoti paesini di montagna o su isolotti desertici, a scoppiare di solitudine. Tanti, poi, vengono uccisi e torturati. La Dittatura e Mathias si somigliano, fanno discorsi simili, parlano di razze perfette e dicono di voler disinfettare (usano proprio il termine solitamente riservato ai germi) il pianeta dai più deboli ed emarginati.

Non mi piace proprio la Dittatura e confido che l’isola saprà tirare fuori l’ingegno e la necessaria astuzia per vincere questa guerra impari.

Sono arrivata al porto, intanto. Il meteo non sembra risentire dell’ansia pre-bellica ed è una magnifica giornata serena. Il mare brilluccica sotto il sole, le grosse navi verdi ballano in lontananza sulla cresta dell’onda.

Mi avvicino al cancello, sento i gabbiani e gli altri volatili del mare, la piazza vuota, una voce dietro di me:

«Mineota, mineota!»

Che nella nostra lingua vuol dire puttana, sgualdrina.

L’ho riconosciuto e vorrei non voltarmi, accelerare il passo, entrare e rifugiarmi oltre il cancello dove è pieno di militari armati. Come può essere da queste parti? Con tutti i giovani al fronte?


Fabio Brinchi Giusti è nato nel 1990. Ha pubblicato il romanzo di fantascienza Colpo di stato su un asteroide (2018) e la raccolta di racconti horror e weird 2007. Attualmente vive a Bologna.

Carne (di Federico Di Gregorio)

Cade un anello dalla scrivania. Scivola da una pila di fogli. Elisa guarda l’orologio. Si sente il trillo di Skype. Boris risponde. Esce fuori un ragazzo: «La strada è in tilt». Elisa si avvicina. «Vasyl si volta, tira calci al bidone della spazzatura. Vedo una massa di giallo, che esplode. Vasyl mette le mani in faccia. Ha un tatuaggio sul braccio. Ci sono i giornali lasciati a terra dagli impiegati.» Il ragazzo ha i capelli spessi, turchini, folti, gli occhi neri. «Svolta un bambino, in sella a una bici. Vasyl è davanti al negozio di televisori. Gli apparecchi proiettano film.» Lo psichiatra indica la maglia bianca, strappata, i tagli. «Guardo la scritta assurda, in piazza; arriva una specie di formicolio: “Ai rifugi antiatomici con ingresso nella metropolitana, con ordine”». Il ragazzo riprende fiato. «Il dito in pixel è verso il sottopassaggio. A Vasyl faccio dei cenni. Le auto saltano pochi centimetri indietro e avanti. Il gas esce dai tubi di scarico. Vasyl sbarra gli occhi, digrigna i denti, gira il viso.»

La notte Boris chiude gli occhi sereno. Sua figlia dorme nella camera davanti, una stanza piena di bianco, in cui ogni cosa ricorda una stella: lampada, divano, coperte, cuscini. Elisa ha sviluppato una passione per quella forma. La sua ossessione è ciò che resta disperso «nella galassia». L’attraggono i pianeti, le costellazioni. Nei cassetti ha decine di modelli. Sulla scrivania ne sorge uno con un cerchio attorno. Elisa non si avvicina, se non per scattargli una foto e metterla su Instagram, per le diverse stagioni che si avvicendano alla finestra. Camera di Boris è semplice. L’armadio era dell’ex moglie, lui lo custodisce senza che nessuna possa aprirlo.

Sentono il campanello. Il rumore rimbomba sulle pareti. La luce del lampione si schianta dalla vetrata dello studio sul piano inferiore, rende la casa colma di effetti d’ombra. Boris si sveglia. Elisa apre le coperte. Il campanello suona di nuovo. Elisa scivola fuori dal letto. Boris intravede le mosse della figlia, guarda il cellulare. Elisa va sotto. Boris si alza. Mette la vestaglia. Esce dalla stanza. Elisa si dirige verso l’ingresso. Prende le scale. Esita ogni due passi, fino alla porta.

«Dài!» esclama lo psichiatra. «Togliti. Aspettami.» Scende veloce e la vestaglia si gonfia. Un lampione ha uno sbalzo. Boris arriva. Scorge una persona, mette la mano destra sulla spalla della figlia, spinge di lato. Si sente uno scroscio d’acqua. Il lampione di fronte ha un altro calo, stavolta per secondi. Elisa torna davanti. Boris si avvicina alla maniglia. Irrompe un rumore. Ferma la mano. Il vicino butta la spazzatura a ora tarda. Boris gira la testa verso il suo appartamento.

«Mi fai entrare?» Il timbro della voce è nascosto dalla pioggia. Elisa afferra le chiavi. Boris si sposta come a voler prendere qualcosa da scaraventare. Fa dei gradini all’indietro. Elisa apre.

«Sei un pessimo parente.» Entra Mordecai. «Sono arrivato ieri per un articolo. Dovevo incontrare uno. Sono andato in albergo, una specie di motel a ore con la moquette che puzza di piscio.» Toglie l’impermeabile, lo mette sul divano. «L’ho incontrato, mi serve il tuo studio.»

«Che?» Boris inizia a tamburellare con le dita sulla balaustra. Dà una lucidata al legno con la vestaglia. Scende dal passamano. Fa un balzo. Punta il soggiorno. Si avvia in modo che le piastrelle toccate siano dispari. Arriva in cucina. Conserva solo la fame nervosa. Apre il frigo. Cade un braccio, tagliato, mancante di un dito, reciso. Il braccio si schianta a terra dopo aver colpito una bottiglia di latte, muove le dita lentamente.

«Dio!» Boris arretra.

Elisa sale in camera. Torna con un bastone per i panni.

«Che vuoi fare?» dice lo psichiatra.

Elisa fa cadere l’arma. Poggia la testa tra le mani.

Boris guarda il vuoto: «Chi ha portato un cadavere, qui?».

«Se tu…» dice Mordecai.

«Non lo so!»

Mordecai prende il telefono.

«Qual è la sua emergenza?»

«C’è un morto. Mio fratello ha trovato… insomma…»

Dalla cornetta si sente: «Lei come si chiama?»

«È casa di Boris Vivaldi.»

«Lo psichiatra della televisione?»

«Collaboratore del Bureau.»

«Indirizzo?»

«106 E *** St.»

Mordecai si mette sul divano.

Un quarto d’ora e bussano alla porta. Elisa va ad aprire: «Venite». Entra il primo poliziotto, anziano, doppio mento, insieme a un giovane collega. Guardano i fratelli. Il gatto scende le scale, Elisa lo afferra. Boris indica l’arto mozzato. L’agente va verso il resto umano. Si abbassa per osservarlo.

Il braccio trema. «Che diavoleria è?» fa l’agente. «Chiama la centrale, cazzo!»

L’altro poliziotto afferra la radio: «Abbiamo risposto a 106 E *** St. Ci sono dei resti. La casa è di un collaboratore del Bureau.»

«Vivaldi?» si sente.

«Sì». L’agente prende i documenti sul tavolino. «Nato a Pescara il 6 marzo del 1955. Residente nella città di ***.»

«Sono del medico?»

«Non identificati.»

Lo psichiatra prende il cellulare. Scrive. Immagina la scena di Malcolm che viene svegliato dal suo messaggio. Abita lì dietro. Boris mette via il telefono e si rivolge all’agente giovane. Va dritto nella zona in cui è abituato a stare, la post-verità. Nessuno come lui riesce a estrapolare da un filo di reale una gigantesca balla. «Il mio vicino è una persona orribile. Va in giro armato. Ne sono certo. Dentro casa ha un arsenale, è fissato, videogiochi, poster. Vive per la guerra e parla solo di morte.»

«Lo ha visto di recente?»

«Elisa, hai visto il nostro vicino?»

«Non lo vedo da mesi.»

«Mia figlia è disattenta.»

L’altro agente si avvicina al frigo. «Questo è suo?» C’è un sacchetto.

Malcolm entra. L’agente chiama il detective del Bureau: «Ecco quello che ci hanno fatto trovare.» Mostra il braccio. Il poliziotto spezza un gambo dei girasoli sul tavolino. Scuote l’arto.

«Avete chiamato la scientifica?» Il detective mette una mano nella tasca interna della giacca.

«Stanno arrivando» dice l’agente. «Non so perché sia qui lei.»

«Si riesce a capire se è di un uomo?» Malcolm tira fuori gli occhiali.

«Pare un maschio, glabro.»

«Credo.» Si abbassa sulle ginocchia, per guardare meglio il resto umano. «Quella busta?» Non si avvicina troppo.

«Sembrano altri resti.»

«Ti posso dire una parola?» Malcolm prende per la spalla lo psichiatra.

Boris non vuole parlargli. In particolare vuole tenere per sé, almeno per il momento, la storia della videochiamata che ha ricevuto su Skype.

«Mi spieghi?» Il detective indica la cucina.

«È venuto a trovarmi mio fratello, in piena notte, e abbiamo aperto il frigo.»

«Hai fatto tu la scoperta?»

«Avevo visto il braccio.»

«Segni di effrazione?»

«No, sembra.»

«Cercherò di accaparrarmi la pratica.»

«Non ho idea di chi…»

«Può essere un atto dimostrativo, ma nessuno vuole fare guerra al Bureau.»

Boris va verso sua figlia. «Stanotte stiamo fuori.»

«Ti pare?»

«Va’ a prendere le tue cose.»

«Sarà uno squilibrato.»

«Direi che è un’idea uscire.»

Elisa sospira. «Ti ricordi quando avevi quella specie di collassi?»

Boris la guarda. «Muoviti, dài.»

«Vorrei averne uno.»

«Lascia il gatto in giardino. Domani lo portiamo dalla zia.»

I «collassi», come li chiama lei, sono iniziati in un giorno agostano. Boris è solito volare in Italia dai parenti, con sua figlia, stanno lì un paio di giorni, immersi nei suoni delle cicale, nella stasi della provincia. Boris è stato travolto come da una randellata.

Boris esce dall’hotel. È sulle prime pagine, che si chiedono se un collaboratore del Bureau abbia subìto una minaccia violenta. Elisa ha deciso di rimanere in stanza. Boris ama scrivere di mattina. Lo fa in luoghi affollati, come un McDonald’s, una tavola calda o una sala da caffè. Si siede al tavolo più discreto. La cameriera arriva, lui chiede dei biscotti, un pancake.

Legge i giornali con l’accuratezza dei monaci certosini. Ogni riga. Non gli sfugge niente di ciò che hanno scritto sulla sua storia. Molti direttori li conosce. Boris ha per la stampa un amore immenso, ereditato dal padre, di mestiere giornalaio, nell’unica edicola di un paesino abruzzese. Del genitore conserva un’opinione eccellente, non ne conosce il motivo: con Mordecai e Isa sono fuggiti da un padrone che per loro aveva immaginato una vita misera.

Boris inizia a mandare messaggi per fare apprezzamenti. La cameriera porta il caffè. La scorrevole si apre. Entra il detective Malcolm. Fa colazione lì, la sala si trova sulla strada che porta al suo ufficio. È un luogo d’incontro tra persone diverse, tra le cravatte di chi va a lavorare nei grattacieli e i maglioni infeltriti dei poliziotti in borghese. Boris li chiama «i luoghi di frontiera». Malcolm ordina, si siede di fronte allo psichiatra. Boris abbassa i giornali.

«Come sta andando?» dice il detective.

«Non dormivo in hotel con mia figlia da anni.»

«È impaurita?» Malcolm toglie la giacca e mette accanto.

«È la persona più intelligente che conoscono.»

«Mia figlia ha paura di ogni cosa.»

«Ho fatto razzia di giornali. Se c’è una cosa che non riesco a contenere è la voglia di ascoltare il mio nome o vederlo scritto.» Boris gli avvicina un quotidiano.

«Cosa dovrei…» Il detective si abbassa per leggere. GLI INVESTIGATORI ESCLUDONO CHE SI POSSA TRATTARE DI UN’AZIONE DELLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA. Rialza la schiena. «Quindi?»

«Avete la malsana idea che sia stato un dilettante.»

«Non ci sono indizi» dice Malcolm.

La cameriera posa un’altra tazza e mette il caffè.

«Non c’è alcun segno di effrazione. Conosco bene casa mia, le uniche finestre per infilarsi sono nello studio.»

«Avevano le chiavi. Chi ne ha?»

«Io e mio fratello.»

«Tua figlia le porta a scuola?»

«Elisa andrebbe in giro per *** a ogni minuto. Quando non ci sono per lavoro, va direttamente da Isa fuori città.»

«Una domestica, un giardiniere?» Il detective afferra dei tovaglioli.

«Non ho nemmeno un’impresa di pulizie.»

«Fammi capire… Tu e Mordecai?»

«Esatto.»

«Lui dove si trovava nei giorni precedenti?»

«Non essere ridicolo… Era in redazione. Sono stato a un convegno cinque giorni. Ero tornato qualche ora prima.» Boris corruga la fronte. «Ho fatto cena e sono rientrato. Puoi verificare, chiama la mia segretaria.»

«Ancora non sappiamo quanto tempo è passato dall’omicidio, il medico legale ci sta lavorando. È difficile risalire all’ora del decesso così.» Malcolm prende il caffè amaro. «Pare che il braccio e gli altri resti siano stati messi nel tuo frigo poco dopo la morte. Si sono conservati. Appartengono alla stessa persona. Sembra che il braccio sia stato tagliato con degli attrezzi da chirurgo.»

«Un professionista.»

«Hai mai avuto dei ferri da chirurgo?»

«Ancora?»

«Ti ho chiesto se ne hai…»

«Odio la morte.»

«Il taglio è stato fatto con precisione, magari da un bravo medico.»

«Non sai di cosa parli» dice Boris.

Il detective fa un sorso e rimette la tazza sul tavolo.

«Hai il coraggio di sospettare di un tuo consulente?»

La cameriera li interrompe. Ha la treccia bionda che le scende sulla spalla. «Ditemi pure.» Malcolm vuole una brioche, Boris dei biscotti e un succo d’arancia. La cameriera scrive sul taccuino, sorride in maniera accentuata a un ragazzo all’ingresso.

«Ti hanno trovato in casa resti di uomo. Non hai assolutamente idea di chi siano. Non ci sono segni di effrazione. Dici che nessuno aveva le chiavi del tuo appartamento. Ti sembra così anomalo che qualcuno sospetti di te?»

«Non ho un movente.»

Malcolm sorride. «Tuo fratello è qui da molti giorni?»

Nella mente di Boris inizia a farsi spazio un’idea. Le chiavi, lo psichiatra, non le lascia in giro. Suo fratello è l’unico ad avere accesso alla casa e quel giorno è stato a ***. Manca il cadavere, il movente. Mordecai, pensa Boris, chissà quanti contatti ha. E c’è la storia della chiamata su Skype. Ci pensa per il tempismo: la notte del ritrovamento, dopo che è stato fuori.

«Mordecai è stato qui per molto tempo?» chiede Malcolm.

Arriva la colazione. Il detective taglia la brioche.

«È stato a *** solo la sera del ritrovamento, per quel che ne so. Ero via. Non ne ho idea.» Boris bagna le labbra. «Non è in grado neanche di guidare perché ha paura di fare male a qualcuno.»

«Ne sei sicuro?»

«Certo.» Si guardano. «Ce l’hai con lui perché ha avuto una relazione con…»

Malcolm sbarra gli occhi. «Mordecai era l’unico ad avere accesso alla casa. Me lo stai dicendo tu. Dici che non c’eri, non ci sei stato, non sai nulla di questa storia. Nessuno oltre te e lui ha la chiave, è ovvio che la seconda ipotesi è tuo fratello.»

Il detective fa un sorso. Mordecai non è un uomo che fonda le sue azioni sull’interesse, mette sempre sé stesso al secondo posto: prima vengono gli altri. Hanno litigato migliaia di volte. Lo psichiatra sostiene che suo fratello debba svegliarsi; perché come può un uomo vivere se non nel culto dei propri interessi? Mordecai gli risponde. Il suo scopo è ignorare i profitti, così sarà in grado di essere felice, senza aspettative, conquiste, e i suoi nemici saranno sempre quelli come lui.

«Senza un cadavere è difficile indagare» dice Boris.

«Quando arriveranno i risultati della scientifica avremo un quadro più chiaro.» Malcolm mette il caffè sul tavolo. «Ci hanno assegnato il caso perché sei nostro collaboratore.»

Mordecai non è in grado di uccidere una persona. Per ammazzare ci vuole ferocia. Sono sempre stati complici, in particolare dal viaggio dall’Italia, da quando a quindici anni hanno deciso di abbandonare l’Abruzzo per fuggire dal padre e di raggiungere a *** la zia. Ogni volta che ripensa a quei giorni, gli passano brividi lungo il corpo, come un serpente gelato che attraversa la pelle e riemerge. Mai ha avuto a che fare con errori di Mordecai. È Boris il disastro, il soggetto poco raccomandabile da dieci anni senza più amici. Sei tu, l’incompreso a giusta ragione, chiamato a una cosa straordinaria: la responsabilità di portare avanti un segreto che ti costerna, un dubbio sulla colonna della tua famiglia, una pulce infilata negli spazi più certi.

«Non posso che dirti di rimanere a disposizione, di non allontanarti da ***, finché qualcosa non verrà scoperto.»

«Come vuoi» dice Boris.

La cameriera torna con la brocca del caffè, sorridente. Il sole le rende gli occhi più chiari, quasi verdi, da un marrone dai riflessi smeraldo nascosti. Ha l’espressione solare, forse per il ragazzo che continua a osservarla. Boris vagheggia sulla cameriera, che sembra non avere più di venticinque anni.

«Professore, oggi abbiamo la crostata di mele.»

IRRUZIONE DI QUATTRO UOMINI ARMATI IN UNA SALA DA CAFFÈ A ***

Entrano quattro uomini. Il primo ha la barba, le orecchie lunghe che emergono dai capelli ispidi; un grumo rosso si staglia vicino all’occhio destro e lascia uscire rivoli di sangue. Indossa una tuta, lancia scintille; un rigo attraversa la gamba sinistra, grasso d’auto o di qualche arnese per il lavoro nei cantieri. Ha uno zigomo tumefatto. Entra per primo. Urla di stare zitti. Nel locale fanno finta di nulla. Lo ripete forte. Stavolta lo ascoltano. L’uomo tira fuori la pistola. Afferra per il fianco una donna seduta vicino all’ingresso. La getta tra le sue braccia, tiene la pistola puntata a turno agli angoli del locale. Gli altri tirano fuori le armi e si apprestano a fare irruzione, dopo aver guardato che in strada non ci sia nessuno. Il secondo uomo è grasso, occhi incavati, carnagione scura, i baffi. Due sembrano gemelli. Fuori dal locale alzano lentamente le pistole. L’uomo con la donna sul petto si volta verso lo psichiatra: «Professore, ci deve seguire».

Boris non ha reazioni. Gli viene da guardare Malcolm. Pensa al proprio archivio, una gigantesca fonte di informazioni. Il detective fa scivolare la mano sotto al tavolo, rapido come un felino. Si sente il bottone della fondina fare un click appannato dalle dita di Malcolm che sgattaiolano per afferrare il calco della pistola e mettere l’indice sul grilletto. Boris continua a esitare.

«Allora, professore?» dice l’uomo.

Boris si alza dal tavolo. Perché vogliono sequestrarlo? Così gli torna in mente il nome dell’uomo, dall’archivio, il suo archivio. Si chiama Vasyl, come la persona descritta nella videochiamata. È di origini ucraine. Vasyl è stato un combattente, Malcolm lo ha indagato per una serie di omicidi. Mordecai lo conosce da tempo, da un’inchiesta giornalistica di dieci anni prima.

Il detective continua a toccare il grilletto. Boris inizia a ricordare. In quel momento, in cui la sua vita sembra avviarsi alla fine, torna indietro. Ha immaginato di morire in una villa dalle pareti e le finestre bianche, di marmo, sulla costa italiana; avrebbe messo i suoi libri in bella vista, per celebrare l’opera della sua esistenza; avrebbe accumulato degli enormi registri in scaffali che racchiudevano l’archivio, di pazienti, rassicurati, guariti negli anni della sua carriera; avrebbe avuto una vista tra piante alte e mare a specchio. Boris capisce di non voler perdere tutto ciò. Ha allora un sussulto, una reazione violenta, un emozionante «collasso».

IRRUZIONE NELLA SALA DA CAFFÈ, ESCLUSO TERRORISMO INTERNAZIONALE

Viene travolto da una randellata alla nuca. Sdraiato a terra rimane con gli occhi sbarrati, scandisce il tempo con gli ansimi, torna in apnea; gli altri lanciano le mani in testa, con le labbra bianche, gli occhi socchiusi. Boris si alza con fatica, si tiene il petto. Tossisce. Zoppica con la sinistra, poi mette la destra. Sta chinato. Fa respiri corti. Ogni tanto ansima. Si rialza con la schiena e va giù, solleva di un centimetro la spalla e rimette basso il braccio, sta chino con la testa e manda gli occhi in alto.

La folla inizia a urlare, cerca riparo tra i tavoli. L’uomo grasso stramazza, sbilanciato dal peso di un ragazzo che gli sviene addosso, la sua pistola cade a terra: rumore secco di ferro, che appena si può udire viste le urla che adesso sono forti come un concerto. I gemelli puntano a destra e a sinistra. Vasyl vede Malcolm che estrae l’arma. Nota l’inarcarsi della spalla prima che il detective superi un tavolo dietro con la pistola in posizione. A Vasyl parte un colpo, d’istinto. Malcolm non ci pensa su. Vede che l’uomo era senza controllo e mira al petto. Al cuore. Il proiettile gli attraversa i ventricoli. Il colpo fa schizzare del sangue all’esterno, va a sbattere sulla faccia della donna in ostaggio. Boris si accascia, dopo aver preso il colpo volante di Vasyl su una mano. Capisce che tutto sta finendo. Dal concerto delle urla che vanno scemando. I due gemelli e gli altri iniziano a correre. Boris, tra i piedi e i gemiti degli ospiti del locale, intravede la guancia sanguinosa della donna presa in ostaggio da Vasyl. Il sangue goccia e si sparge fino all’ingresso della sala da caffè.


Federico Di Gregorio